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Chiamata alla santità e pericoli nel mondo

Lo sai tu che su cento Santi, settanta sono monaci, frati e suore; venti sono Papi, Vescovi e Preti; cinque o sei sono laici consacrati nel mondo; tre o quattro so­no sposati?

I veri vivai di Santi sulla terra, quindi, sono i mo­nasteri, i conventi, le case religiose.

Ricorda e rifletti bene: il 70% dei Santi viene da quelli che hanno la vocazione religiosa, che ascoltano la chiamata di Gesù:… «va’, vendi tutto… vieni e se­guimi!» (Mc 10,21).

Non ci vuol molto a concludere, allora, che chi «se­gue Gesù» diventa Santo più facilmente che se resta nel mondo come laico o come sposato. P. Pio da Pie­trelcina diceva saggiamente che «nel mondo poco si raccoglie e poco si conclude».

Con questo, sia chiaro, non si vuole assolutamente negare la possibilità di diventare santo nel mondo, da semplice laico o nello stato matrimoniale. Basti pen­sare ai molti Santi laici e sposati. Per fare qualche nome, ricordiamo qui S. Luigi Re di Francia, S. Eli­sabetta Regina d’Ungheria, il B. Colombini, la B. An­na Maria Taigi: figure splendide di sposi e spose, di padri e madri di famiglia.

Resta però vero che deve essere maggiore e molto più grave la difficoltà di santificarsi nel mondo, se si pensa che su cento Santi solo tre o quattro sono di quelli sposati. D’accordo, proprio perché non è im­possibile, resta vero che per sé tutti gli sposi cristiani potrebbero e dovrebbero santificarsi. Di fatto, però, la maggior parte fa naufragio in quanto a santità, an­che se c’è chi raggiunge gradi notevoli di bontà, e sen­za escludere che tutti possano almeno salvarsi dall’in­ferno.

In ogni caso, comunque, la realtà della condizione dei cristiani nel mondo deve impegnare la riflessione di chi ha da interrogarsi sulla sua vocazione, e quindi sul­la strada da scegliere. La cosa è veramente grave e me­rita una seria presa di coscienza, se si riflette che la santificazione di ogni cristiano non è… a libertà o a piacere, ma è un preciso dovere, un dovere universale.

Ho detto dovere, universale di santificarsi. Difatti è proprio questo il volere universale di Dio, come dice luminosamente S. Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santifcazione» (1 Ts 4,3). Nessuno è escluso da questo dovere nobilissimo, e sarebbe solo colpevo­le puerilità sfuggirlo con il pretesto che non si è né prete, né frate, né suora, come se solo i consacrati fossero tenuti a santificarsi.

Il bello, o il brutto, sta proprio qua: anche io, sem­plice cristiano che vivo nel mondo, anche io sposato, anche io impegnato nelle vicende di questo mondo, anche io, insomma, che non ho avuto nessuna chia­mata alla consacrazione a Dio…, anche io ho lo stes­so, identico dovere di farmi santo, perché «questa è la volontà di Dio, la vostra santifcazione» (1 Ts 4,3). Tale dottrina è stata fortemente ribadita dal Concilio Ecumenico Vaticano II in un intero capitolo della Costituzione sulla Chiesa.

A questo punto, considerando le miserie enormi del mondo, verrebbe proprio da scoraggiarsi, non soltan­to, ma il solo parlare di santificarsi nel mondo appare pressoché follia, dal momento che è già un… miracolo quando nel mondo si riesca a stare senza il peccato mortale nell’anima! Insomma, guardando il mondo così come è – scandaloso, seduttore, ingannatore – il vero assillo di chi ci vive dentro non è certo quello di santificarsi, ma è quello di non dannarsi.

E’ ben vero tutto questo purtroppo. E solo così, for­se, si comprende perché il giovane S. Bernardo, spa­ventato dai pericoli del mondo, lasciò le grandi ric­chezze della famiglia e si ritirò nell’Abbazia di Ci­teaux, attirando con l’esempio e con le parole anche i suoi cinque fratelli, lo zio, altri trenta parenti e ami­ci, e infine anche il settantenne papà.

Adesso forse si può comprendere meglio perché il famoso «re dei versi», Guglielmo Divini, incoronato poeta in Campidoglio, quella volta che si imbatté in S. Francesco d’Assisi e lo sentì predicare sulle vanità in­sensate del mondo, al termine della predica si gettò ai piedi di S. Francesco, pregandolo con trasporto: «Conduci anche me lontano dagli uomini, e consacra­mi a Dio. Toglimi questa veste del mondo e ricoprimi con quella del paradiso». S. Francesco gli fece presto indossare il saio, lo cinse di ruvida corda, e lo chiamò fra Pacifico perché – finalmente – gli aveva fatto tro­vare la vera pace del cuore.

Guardando «il mondo con le sue concupiscenze» (1 Gv 2,17), si può comprendere tanto meglio la prezio­sità della vocazione religiosa e sacerdotale, della con­sacrazione a Dio che favorisce al massimo lo sforzo della santificazione, ossia il compimento del dovere universale di santificarsi.

Per usare un’immagine di S. Giuseppe Cafasso, la vita sacerdotale e, ancor più, la vita religiosa di chi lascia il mondo può essere paragonata al fiume, che se ne sta tranquillo nel suo letto e conserva le sue acque limpide e pure. La vita nel mondo, invece, è parago­nabile al fiume che straripa e corre furioso per le campagne: le acque limpide si trasformano in acque torbide e fangose, che trascinano con sé immondizie e rovine d’ognisorta.

Nella vita di S. Francesca Saverio Cabrini si legge che la Santa, considerando le brutture del mondo «posto tutto sotto il maligno» (1 Gv 5,19), riteneva co­sì grande il dono delle vocazioni religiose, che si pren­deva somma cura di salvarle tutte, anche quelle che potevano essere considerate vocazioni «mediocri» e di scarto», bisognose di tanta più pazienza nella for­mazione. La Santa arrivò al punto di ottenere, anche da altri Istituti di Suore, di mandare a lei le novizie «da scartare»; e, quasi sempre, la Santa stessa le for­mava e le portava a grande perfezione.

A questo punto bisognerebbe rivolgersi soprattutto a quei giovani, uomini e donne, che tentennano nella loro risposta al Signore o sono incerti della loro sacra vocazione, concludendo, magari con troppa faciloneria: «In fondo, si può essere nel mondo un buon papà di famiglia, una buona mamma di famiglia».

Si può: è vero, è giusto dire così. Ma si faccia atten­zione, per carità. Anzitutto, se si è chiamati al matri­monio, non bisogna diventare «buon papà» e «buona mamma», ma «santo papà» e «santa mamma». La santità è ben di più che la semplice bontà. Inoltre, si può diventare «santo papà» e «santa mamma» se si è chiamati al matrimonio; ma se il matrimonio non è la strada segnata da Dio, allora sposandoci si è fuori strada, e sarà perciò ben più difficile pensare di poter diventare neppure un «buon papà» e una «buona mamma». Infine è da ingenui rifugiarsi nel «si può» diventare santi nel mondo, quando si sa che, purtrop­po, di santi sposati contemporanei ce ne sono talmen­te pochi che se ne desidererebbe davvero qualcuno, almeno uno!

Ecco che cosa scrive S. Alfonso con la sua solita sa­pienza: «Gli uomini del mondo non si fanno scrupolo di dire ai poveri giovani chiamati allo stato religioso che, in ogni parte, anche nel mondo, si può servire Dio. E la meraviglia è che simili frasi escono alle volte anche dalla bocca di Sacerdoti, e persino di Religiosi ma di quelli che o si saran fatti Religiosi senza voca­zione o che non sanno più che cosa sia la vocazione. Sì, è vero, in ogni luogo può servire Dio colui che non è chiamato alla Religione; ma non già chi è chiamato e vuol restare nel mondo per suo capriccio; costui diffi­cilmente farà buona vita e servirà Dio».

Chi è tentato di vacillare o di essere a lungo incerto sulla sua vocazione, consideri bene che cosa rischia di perdere per sempre, restando nel mondo: il «tesoro del campo», la «perla preziosa», beni evangelici di inestimabile valore, che collocano la creatura privile­giata nella via regale della santità.

Giovane che leggi: forse sei anche tu del numero degli indecisi e vacillanti nella vocazione? Il mondo, le creature ti seducono? È vero, tu non pensi di usar­ne male, né del mondo né delle creature. Ma intanto sai bene che, nel mondo e fra le creature, ti sarà for­se più facile dannarti che santificarti. Perché correre questo rischio? Supera l’incertezza guardando in al­to: Dio ti vuole Santo, come Gesù.

Fonte: VIENI E SEGUIMI, Padre Stefano M. Manelli

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