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Come chiama il Signore?

Di solito Gesù chiama i «suoi » nella maniera più semplice e naturale. Depone nel cuore del ragazzo o della fanciulla una sottile aspirazione, una tensione dolce alle cose di Dio, all’amore di Gesù, all’imitazio­ne dei Santi e delle Sante, alla santità anche la più eroica.

Per convincerci basta pensare a quando erano ragazzi, ad esempio, S. Giovanni Bosco, S. Pio X, S. Massimiliano, P. Pio da Pietrelcina – per citare solo alcuni più vicini a noi -. Pensiamo anche a quando erano fanciulle S. Bernardetta, S. Teresina, S. Gem­ma, S. Bertilla, Santina Campana…

Scopriamo che, in tutti questi cuori di fanciulli e di fanciulle, era presente e in azione, fin da allora, quel filo d’oro della vocazione, sviluppatosi poi sem­pre più consistente e più fulgido.

Dobbiamo subito dire, però, che ogni cuore uma­no è un piccolo mondo a sé stante, anzi è un piccolo mistero noto solo a Dio; perciò in ognuno vi sono ca­ratteristiche e sfumature particolari incomunicabili. Ciò nonostante, però, il modo comune, in certo senso universale, di sentirsi chiamato da Gesù sta in quel­l’attrazione e tendenza spontanea verso le realtà sa­cre e divine.

Sarà poi la guida spirituale – sempre necessaria – a discernere e determinare sia la presenza di una rea­le vocazione, sia la eventuale giusta maturazione per una risposta pronta e sollecita. Il Parroco, il Confes­sore, il Direttore o consigliere spirituale hanno questa gravissima responsabilità, perché ad essi principal­mente è dato il compito di suscitare, coltivare, far maturare la vocazione e far corrispondere ad essa il più presto possibile.

Nei giovani e negli adulti, invece, la vocazione si manifesta con aspirazioni più riflesse e meditate. Salvarsi l’anima dai pericoli del mondo, santificarsi, espiare i peccati propri e altrui, imitare perfettamen­te la vita di Gesù, voler essere apostolo per salvare le anime dei fratelli: sono tutte ispirazioni queste, e aspirazioni soprannaturali, l’una o l’altra delle quali si radica nella mente e nel cuore, sospingendo alla ri­nuncia al mondo per donarsi a Gesù e seguire Lui.

Quando S. Gerardo Maiella scappò di casa, ca­landosi giù da una finestra, alla mamma che gli grida­va «che fai?… dove vai? …», rispose con decisione: «Mamma, vado a farmi santo!».

S. Francesco d’Assisi lasciò tutto, per imitare Ge­sù povero e crocifisso. S. Chiara scappò di casa, per immolarsi nella contemplazione e nella penitenza. S. Alfonso lasciò la carriera di avvocato del Regno di Napoli, per consacrarsi all’evangelizzazione dei più poveri. S. Francesca Saverio Cabrini sacrificò tutto, per diventare l’apostola degli emigranti.

E così di seguito. Ogni vocazione ha una segreta molla ispiratrice, che configura la vita del «chiamato» a quella di Gesù, con il potere di incarnare Gesù nelle sue virtù e nelle sue opere, in crescendo continuo di conformità d’amore trasformante, fino al punto di ri­petere con S. Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

A volte, poi, Gesù chiama in modo imprevisto, oc­casionale, si direbbe quasi strano.

S. Giovanni di Dio, ad esempio, era ne più ne me­no che uno scapato. Ex soldato, ex pastore, ex vendi­tore ambulante, ex rilegatore di libri… Vagava da un posto all’altro, da un mestiere all’altro, a casaccio, senza testa. Ebbene, una sera entrò in una chiesa e ascoltò una predica di S. Giovanni d’Avila. Ascoltò con attenzione. Rimase colpito. Rientrò in se stesso. Rifletté profondamente sul suo stato miserevole, e de­cise con tutte le forze di donarsi subito a Dio. Fu così rapido e concreto il suo cambiamento che lo presero per pazzo: e invece stava diventando santo.

Anche la B. Maria De Mattias, Fondatrice delle Suore del Preziosissimo Sangue, sentì prepotente la voce di Gesù nel cuore, ascoltando una predica di S. Gaspare del Bufalo e si impegnò subito a realizzare il dono totale di sé a Dio.

Ricordiamo S. Ignazio di Loyola costretto all’im­mobilità da una ferita alla gamba; voleva leggere ro­manzi, com’era solito fare; ma in quel luogo c’era so­lo un libro sulla vita di Gesù e alcune vite di Santi. Per vincere la noia, S. Ignazio si mise a leggere questi libri. E avvenne la sua radicale trasformazione.

Lo stesso capitò a Fratel Carlo De Foucauld: Ge­sù lo scosse e lo chiamò per mezzo di un libro spiri­tuale, che gli folgorò la mente e il cuore.

Nelle cronache dei Gesuiti si legge che S. France­sco Borgia, duca di Caudia, decise di abbandonare i fasti del mondo e il suo ricco ducato, allorché assistet­te allo spettacolo ben triste del cadavere in decompo­sizione della regina Isabella. Quella meditazione sulla morte lo portò ad abbandonare il mondo e ad entrare fra i Gesuiti, insieme a molti altri nobili spagnoli.

Un caso, ancora più strano di scoperta della vo­cazione, è questo. Un papà di famiglia cerca un giova­ne istruttore per i suoi figli. Ne incontra uno che gli appare molto buono, anche se molto povero, al punto che porta avanti gli studi fra continui stenti. Lo pren­de in casa, e rimane molto ammirato dalle sue doti non comuni, tanto che gli parla del Sacerdozio e gli promette ogni aiuto.

Il giovane, però, è esitante perché gli sembra una cosa troppo grande e sublime. Accetta, comunque, di consigliarsi con persone esperte e prudenti. I consigli che riceve sono tutti favorevoli. Allora si decide ed entra in Seminario: diventerà il grande S. Vincenzo De’ Paoli.

Il Servo di Dio Don Calabria, quando era ragaz­zo, figlio di povera famiglia veronese, riuscì a trovare un posticino di lavoro come garzone in una chinca­glieria. Per disattenzione involontaria, un giorno im­brattò un diploma mentre lo incorniciava. Il padro­ne, irritatissimo, lo licenziò su due piedi gridandogli: «Va’ a farti prete, perché non sei buono ad altro!…». Il povero ragazzo lo guardò con occhi di pianto, e poi rispose: «Sicuro, signor padrone, mi faccio prete!».

Aiutato dalla carità di un buon sacerdote, pur stentando ogni giorno la vita riuscì a frequentare il Seminario e a raggiungere il Sacerdozio. In seguito di­venne Fondatore dei Poveri Servi della Divina Prov­videnza e il papa Pio XII lo definì «campione di evan­gelica carità».

Per qualcuno, infine, come per S. Paolo aposto­lo, la chiamata del Signore è travolgente, si direbbe violenta: «La sua voce era simile al fragore di grandi acque» (Ap 1,15).

Per ogni eletto, comunque, la chiamata del Signo­re è personale, tutta intima e segreta. E operazione d’amore divino. Esige apertura di cuore nell’accoglie­re il dono. Esige gratitudine umile e gioiosa: «Che co­sa renderò al Signore per quanto mi ha dato?» (Sal 115,12), «Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia» (Sal 125,3). Esige generosità e prontezza della risposta a Colui che ama alcuni con amore di predilezione: «Presentatevi a lui con esul­tanza… Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode… » (Sal 99,2-4).

Giovane che leggi, rifletti. Forse Gesù ti ha già fatto sentire l’attrazione verso di Lui, verso la sua vi­ta povera, verginale, obbediente. Ma forse, tu hai permesso alle tue passioni di soffocare quell’attrazio­ne, per soddisfare le voglie dei sensi e le tendenze del­la natura verso le creature terrene. Apri gli occhi e il cuore. Non fare un cambio del genere. È fatale! Fai ancora in tempo, prima che il Signore «si sdegni, e tu perdi la via» (Sal 2,12). Se corrisponderai alla sua chiamata «sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio» (1s62,3).

Fonte: VIENI E SEGUIMI, Padre Stefano M. Manelli

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Commenti

  1. STO LEGGENDO QUESTE PAROLE LE SENTO MIE SONO GIOIOSO ED EMOZIONALMENTE CONFUSO STANNO CAPITANDO AD UN BIVIO DELLA MIA VITA NON HO PIU’ DUBBI SCIELGO IL MIO SALVATORE GESU’ CRISTO AUGURANDOMI DI ESSERNE DEGNO GESU’ TI AMO GESU’ TI ADORO GRAZIE CIAOOO

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