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Commento al Vangelo della XIV Domenica TO

Il disprezzo degli abitanti di Nazaret per Gesù

Partito da Cafarnao, Gesù andò a Nazaret, riguardata da tutti come la sua patria. Era stato tanti anni nascosto in quella città; vi aveva esercitato il mestiere di falegname insieme con san Giuseppe, suo padre putativo e, ritornandovi ora, accompagnato dai discepoli come maestro di sapienza suscitò l’animosità dei cittadini.

Avrebbero dovuto gloriarsi di Lui ma, per le continue opposizioni degli scribi e farisei, non crederono che la sua notorietà fosse giunta a tal punto da lusingarli nell’orgoglio di essere concittadini di un illustre personaggio. Essi, anzi, concepirono disprezzo per la sapienza altissima che manifestava, sembrando loro una presunzione, e stimandola una contraddizione con i suoi umili natali. Molti conoscevano sua Madre, Maria, la sua parentela, i suoi fratelli-cugini e le sue sorelle-cugine, tutta gente che appariva di nessun conto, e sembrava loro diminuirsi, rendendogli omaggio. Non parlarono di san Giuseppe il quale era già morto, ma di Gesù falegname, perché, evidentemente era subentrato a san Giuseppe nel mestiere, e si scandalizzarono, sembrando loro che la sua predicazione fosse un discredito per il sacro ministero.

Nazaret aveva la poco lusinghiera taccia di essere una città di scemi; si direbbe che l’apprezzamento che fecero di Gesù confermasse questa taccia, perché si scandalizzavano di quello che avrebbe dovuto edificarli, e si contraddicevano perché, pur tenendo Gesù in nessun conto, avrebbero voluto vedergli operare grandi miracoli. Egli invece, per la loro poca fede, poté solo guarire qualche infermo, imponendogli la mano.

È detto, nel Sacro Testo, che Gesù si meravigliava della loro incredulità. Da che cosa veniva questa meraviglia? Dal fatto che – come è detto in san Luca (4,22) –, tutti gli rendevano testimonianza, e ammiravano le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca; i Nazareni non potevano negare la grandezza della sua sapienza, e intanto non volevano riconoscerla come il più grande segno della sua missione; lo lodavano come maestro e lo disprezzavano come Messia, non volendo ammettere che il re che aspettavano fosse di così umile condizione.

La loro incredulità meravigliava Gesù, anche perché lo addolorava profondamente, amando Egli Nazaret, e volendo colmarla di benedizioni. Ma nessun profeta è in onore nella sua patria, nella sua casa e tra i suoi parenti, per le prevenzioni dell’orgoglio, per le animosità latenti di gelosia che si hanno contro di lui, e per il fatto stesso di averlo conosciuto bambino e fanciullo; perciò Gesù dovette contentarsi di andare ad annunciare la divina Parola nei villaggi circostanti.

L’ingratitudine di Nazaret gli causò un gravissimo dolore, perché quella città non capì l’altissimo onore che le era stato concesso da Dio, e non seppe ricavarne profitto. Vedere l’umile falegname mutato in un grande Maestro di dottrina che non potevano non ammirare li avrebbe dovuti persuadere di più che Egli era un essere straordinario; invece concepirono per Lui tale avversione da minacciarlo nella vita, come ci dice san Luca.

Così fanno tante anime sterili che dicono di ammirare le bellezze del Vangelo, e poi rinnegano Gesù nella loro vita, scacciandolo dal loro cuore. Ammirano il Vangelo, ma quando lo paragonano alle loro orgogliose spampanate, sembra indegno di loro, e non intendono che esso è sapienza che non tramonta mai, ed è la pietruzza che abbatte le statue idolatriche dell’umana, pretesa sapienza.

Gli uomini stolti credono che abbiano valore le loro idee e spregiano quelle della fede; eppure le loro idee sono come vapori di nebbia che sono vapori dissipati dal vento e travolti dal turbine.

Ci lamentiamo che Gesù non operi in noi grandi cose, e non ci lamentiamo mai della poca fede che abbiamo, per nostra colpa. La parola di Dio è come semente che richiede il terreno per prosperare. Apriamo il cuore a Gesù con grande umiltà, ed Egli opererà in noi meraviglie di grazia, perché il suo infinito amore non ha altro desiderio che di riempirci di beni.

Don Dolindo Ruotolo; Mc 6,1-6

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