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Commento al Vangelo: III Domenica di Pasqua 2014

La tenera e mirabile storia dei discepoli di Emmaus

Il racconto delle pie donne, lungi dal suscitare nel cuore degli apostoli e dei discepoli la fede nella risurrezione di Gesù, fu per alcuni di loro come il colpo di grazia e crederono ormai tutto finito, rassegnandosi a riprendere le loro occupazioni e a continuare una vita senza speranza di miglioramento. Due di essi, non sapendo più che cosa fare a Gerusalemme, e sembrando loro, dal racconto delle pie donne, di navigare in piena fantasia, determinarono senz’altro di ritornarsene al loro villaggio di Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi, cioè poco più di undici chilometri.

Quando si smarrisce l’idea fondamentale di un disegno divino e si pretende di ridurre tutto alle proprie vedute naturali o fantastiche, si crede falso ciò che intorno a quel disegno era stato profetizzato e si giurerebbe che le parole che vi si riferivano erano false. Qualunque luce che venga a confermarne la verità sembra un’illusione più grande, e la mente, concentrata nel proprio disinganno, non ammette che la propria convinzione. Tale era lo stato dei discepoli di Emmaus, di uno solo dei quali il Sacro Testo ci conserva il nome, Cleofa, forse perché in quel nome era sintetizzato lo stato di entrambi.

Se ne andavano mesti per la via solitaria e discorrevano fra loro di quello che era accaduto. Erano vissuti per molto tempo con Gesù ed erano talmente ricolmi dei suoi ricordi che non potevano parlare che di Lui. Il racconto delle pie donne che avrebbe dovuto essere per loro di grande luce, aveva dato il colpo finale alla loro fede, come si è detto ma, pur non credendo più, non potevano disinteressarsi di quello che era accaduto, o dimenticarsene.

Mentre ragionavano insieme, Gesù si avvicinò ad essi come un pellegrino, e camminava con loro. I loro occhi, però, erano incapaci di riconoscerlo. Essi credevano ormai che Gesù fosse un uomo e per di più un condannato; questa loro idea, priva di ogni fede, li rendeva incapaci di riconoscerlo, specie dopo la risurrezione, essendo il Corpo di Lui glorioso. Ricordavano il Redentore nella sua carne mortale, pellegrino addolorato; avevano ancora il cuore e la mente pieni dei tristi ricordi della Passione e non potevano riconoscerlo, perché per essi era cosa certa e assoluta che Egli era morto e non poteva rivivere.

Gesù, dal canto suo, non diede loro nessuna luce speciale per essere riconosciuto, perché voleva prima sanarli internamente e voleva che avessero avuto la certezza assoluta di averlo visto e di avergli parlato.

Egli, poi, appariva loro come essi lo avevano nel cuore e, poiché non lo riconoscevano più come Messia ma come un comune pellegrino della terra, Egli si mostrava loro in quella luce. A questo, può aggiungersi anche una ragione psicologica: essi erano pieni di dolore e in preda al più amaro disinganno; non avevano alcun interesse a riflettere sulla persona del pellegrino che loro parlava; era per essi un viandante, e questo bastava. Gesù Cristo utilizzò anche questo loro stato interiore per non farsi subito riconoscere.

Si avvicinò prima come uno che accidentalmente percorreva lo stesso cammino, ed essi non vi fecero caso, continuando i loro discorsi. Poi mostrò di prendere interesse a quello che dicevano, e li interrogò quasi per curiosità, esclamando: Quali discorsi andate facendo insieme mentre camminate, e perché siete rattristati? Avrebbero dovuto rispondere semplicemente di che cosa discorrevano, ma erano così compresi del loro argomento che supponevano dovesse essere di universale interesse, e si stupivano che potesse esserci uno che ignorasse quello che dicevano.

In verità non avevano ragione a rispondere così, perché il pellegrino domandava di che cosa discorressero, ma la loro risposta mostrava in quale stato di dolore si trovavano, e come l’anima loro era compresa degli avvenimenti che si erano svolti a Gerusalemme. Alla domanda di Gesù, perciò, rispose con un senso di stupore e di fastidio Cleofa, uno dei due discepoli: Tu solo sei straniero in Gerusalemme, e non hai saputo quello che v’è accaduto in questi giorni? E Gesù rispose, mostrandosi ignaro di tutto: Che cosa? Tutti e due allora, stupiti ancora più che egli ignorasse quel che era avvenuto, soggiunsero: Di Gesù Nazareno che fu un uomo profeta, potente in opere e in parole innanzi a Dio e a tutto il popolo e, come i principi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno condannato a morte e crocifisso. Ora, noi speravamo che Egli stesse per salvare Israele, e ora, oltre a tutto questo, oggi è il terzo giorno che tali cose sono accadute. Alcune donne tra noi ci hanno atterriti, essendo andate prima di giorno al sepolcro, e non avendo trovato il corpo di Lui sono venute a dirci di aver visto un’apparizione di angeli i quali affermano che Egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato la cosa come avevano detto le donne ma non hanno trovato Lui.

In queste parole dei due discepoli è tracciato tutto lo stato del loro animo: essi parlano di Gesù Nazareno, riferendosi solo alla sua origine terrena, e non ricordando in nessun modo che Egli era chiamato il Cristo. Difatti lo riguardano come un uomo e lo riconoscono come un profeta, potente per le opere da Lui fatte e per i discorsi tenuti al popolo, ma semplicemente un profeta. La fede, quindi, s’era completamente spenta in loro. Ricordano la sua condanna e la sua morte unicamente per esprimere il disinganno che avevano avuto per quella morte che aveva troncato le loro speranze in una ricostituzione del regno d’Israele. Negano, o meglio non riconoscono la redenzione e la salvezza per la sua Passione e Morte e mostrano come il loro animo, anche prima della morte di Lui, aveva una fede tutta umana e naturale nella missione che Egli era venuto a compiere. Notano, in particolare, la circostanza che in quel dì si compivano tre giorni dalla sua morte, ma non specificano il perché di questo e parlano confusamente di un fatto che per essi era fondamentale, ad un pellegrino che non avrebbe potuto capirli, essendo ignaro di tutto.

È profondamente psicologico: avevano atteso il terzo giorno con impazienza, per un barlume di fede e di speranza nelle parole del Signore che aveva promesso per il terzo giorno la risurrezione; attendevano, però, non tanto la sua risurrezione quanto quella d’Israele; non osavano parlare di questa loro speranza chiaramente, per non essere trattati da fantastici visionari dal pellegrino.

Come potevano aspettare che uno, morto in croce, risorgesse dopo tre giorni?

E come potevano sperare che avesse ricostituito in un giorno il regno d’Israele?

Pensavano di essere stati troppo ingenui a credere queste cose e, non volendo apparire tali al pellegrino, parlavano con reticenza. D’altra parte, mentre non credevano più, stava fissa nel loro pensiero la promessa di Gesù, e poiché il giorno non era ancora terminato, rinasceva in loro inconsciamente la speranza.

Anche questo è psicologico: chi ha creduto con entusiasmo in un’opera straordinaria, anche quando gli sembra che la falsità e il fallimento ne siano evidenti, conserva nel fondo della mente e del cuore il desiderio che sia vero, non per fede ma per proprio decoro, non volendo ammettere d’essersi ingannato; i discepoli di Emmaus non credevano più, ma affiorava ancora in loro, come ostinazione del loro antico pensiero, il residuo di una fede tanto imperfetta qual era stata la loro fede, e ancora avrebbero voluto non essersi ingannati. Perciò, senza mostrare di darvi peso, anzi, con un accento di scetticismo per non sembrare creduloni, allusero alla visione e alla testimonianza delle pie donne.

Non avevano loro creduto, anzi, addirittura si erano avviati ad Emmaus, non sapendo più che cosa fare in Gerusalemme, ma quella testimonianza, proprio al terzo giorno, li aveva impressionati.

Questo era lo stato del loro animo, e perciò Gesù, con un accento di rimprovero, disse: O stolti e tardi di cuore a credere a tutto ciò che i profeti hanno detto! Non doveva il Cristo patire tali cose e così entrare nella sua gloria? Egli cominciò a svelarsi perché, da ignaro pellegrino qual era apparso sino ad allora, si mostrò con grande maestà, Maestro, e rimproverò i discepoli con forza, chiamandoli stolti e tardi di cuore a credere ai profeti; stolti per i loro pensieri, e tardi di cuore per la mancanza di fede nei profeti.

Gesù risalì alle origini del loro disorientamento: essi non avevano capito che il Cristo doveva patire per entrare nella sua gloria, secondo il decreto divino (cf Fil 2,8; Eb 2,10), e non avevano saputo leggere nei profeti l’annuncio di questo mistero; perciò cominciò Egli a spiegare loro nelle Scritture quelle cose che si riferivano a Lui, cominciando da Mosé e da tutti i profeti.

Tutta la Scrittura è ripiena di Lui, ed Egli accennò con parole vive, vibranti d’amore, le cose principali che si riferivano al mistero della sua Passione e della sua morte.

La mente dei due discepoli era illuminata, il loro cuore ardeva, ed essi vivevano della verità senza riflettere; sparivano le tenebre dal loro spirito, come spariscono le ombre al sorgere del sole, il loro cuore si accendeva di un’insolita gioia; la verità splendeva nella loro mente e rinasceva la speranza, non più in un regno temporale del Messia, ma la speranza della salvezza eterna, e la certezza di non essersi ingannati nel seguire il Redentore. Il loro spirito non analizzava nulla in quel momento, non rifletteva nulla in particolare: viveva della gioia della verità e ardeva d’amore.

Giunsero frattanto nei pressi del villaggio dove essi si recavano, e Gesù fece come se dovesse andare più lontano; non finse, ma mostrò di voler fare quello che avrebbe fatto se non lo avessero trattenuto. Andò oltre perché volle che essi lo avessero invitato a rimanere, per avere il concorso della loro libertà e volontà in ciò che voleva fare, e affinché l’opera di carità di dargli ricetto avesse meritato loro la grazia piena della fede. Mostrò di andare oltre, e realmente sarebbe andato, perché, prima di cibarli di sé e raccoglierli nel suo Cuore, Egli volle che essi l’avessero accolto nella loro casa e gli avessero dato il cibo della carità.

I due discepoli, vedendo che andava oltre, lo trattennero, dicendo: Resta con noi perché si fa sera, e il giorno già declina.

Il sole, infatti, stava per tramontare, le ombre si allungavano, e un senso di pace inondava quei due cuori che risorgevano alla vita. Entrarono. La casetta era silenziosa, non c’erano altre persone. Entrò pure Gesù e vi diffuse un’aura di gioia; Egli era glorioso, benché non si mostrasse tale, e la sua gloria riempiva quella casa come la gloria divina riempì il tempio. I discepoli prepararono la mensa frugale e lo invitarono a sedere. Egli, allora, prese il pane, lo benedisse e lo diede loro.

Era uso, presso gli Ebrei, nei banchetti, che quando l’ospite era un dottore della Legge, spezzasse lui il pane e lo desse ai commensali.

Gesù prese il pane per cominciare a dichiararsi il Maestro. Era il primo segno di riconoscimento che dava ai discepoli. Ma Egli non lo prese semplicemente per darlo, lo prese per darsi e, spezzandolo, lo transustanziò nel suo Corpo e nel suo Sangue, com’è evidente dall’effetto che produsse nell’anima dei discepoli.

Nel consacrare il pane e nel darlo loro, essi lo riconobbero e si aprirono i loro occhi; sentirono la sua vita nel cuore, la grazia li inondò… era il dolcissimo Maestro, era Lui, immensamente più bello, certamente redivivo, l’avevano toccato, avevano conversato con Lui!

Egli sparì: non aveva ragione di mostrarsi oltre; sparì nei loro medesimi cuori, abitandovi, e ridonò loro la fede che avevano perduto; sparì perché il loro atto di fede fosse completo. Essi, infatti, credendo pienamente, si dicevano l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre Egli per la strada ci parlava e ci spiegava le Scritture?

Due ardori li avevano infiammati: la sua Parola nello spiegare le Scritture, e il suo Pane di Vita; i due elementi della vita cristiana, i due tesori della Chiesa, senza dei quali è impossibile vivere soprannaturalmente; l’uno illumina la mente, l’altro fortifica la volontà, l’uno fa ardere il cuore d’amore per la conoscenza che dà di Dio, l’altro apre gli occhi sui beni eterni. Scrittura ed Eucaristia, Parola di Dio e Cibo di vita sono due alimenti che non possono dividersi mai nella formazione dell’anima cristiana.

Il protestante, anche se spiegasse le Scritture secondo verità – il che dolorosamente non fa essendo separato dalla Chiesa –, senza l’Eucaristia avrebbe un cibo che non può essere assorbito; il cristiano che si ciba di Gesù Eucaristia, senza formare l’anima con la Parola di Dio, nella luce della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, non si unisce pienamente a Gesù, e non apre i suoi occhi per conoscerlo per quello che è.

Gesù Cristo, per sanare l’anima dei due discepoli infedeli, prima li interrogò, e volle dal loro labbro la confessione del loro stato deplorevole d’animo. Egli, che conosceva bene quello di cui parlavano e che scrutava il loro cuore, volle mostrarsi ignaro perché essi avessero confessato lo stato dell’anima loro. La confessione si chiuse con un rimprovero di Gesù: O stolti e tardi di cuore a credere, perché si fosse eccitato in essi il pentimento; al rimprovero seguì la luce della verità nella spiegazione delle Scritture, e finalmente il Cibo di vita nel Pane che Gesù spezzò loro. Il Signore si mostra quasi ignaro dei nostri atti e vuole che ci confessiamo; è questo il fondamento della rinascita spirituale.

I discepoli si confessarono da Gesù, ma sotto le sembianze d’un pellegrino; noi ci confessiamo a Gesù confessandoci dal sacerdote che è il pellegrino che ci accompagna nella nostra via di esilio. Pretendere di confessarsi direttamente a Dio è illusione, perché il Signore non ci si mostra visibilmente che nei suoi ministri. Il peccato ci rende stolti e tardi: stolti nell’apprezzamento della verità e tardi nella volontà, incapaci ad orientarci nella vita secondo i fini dell’adorabile volontà di Dio. Se non si risana prima l’anima come la si può cibare?

Don Dolindo Ruotolo (Lc 24,13-35)

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