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Commento al Vangelo: IV Domenica di Pasqua 2014

La parabola dell’ovile e della pecorella

Gesù Cristo, addoloratissimo perché i capi del sinedrio avevano cacciato fuori della sinagoga il cieco nato da Lui guarito, volle mettere in guardia il popolo contro quelli che si arrogavano il diritto di guidarlo, non per nutrirlo spiritualmente, ma per sfruttarlo e allontanarlo dalle fonti della grazia.

Era infatti terribile la situazione delle anime proprio in quel tempo nel quale il Signore compiva le promesse fatte nel corso di tanti secoli, e nel quale si apprestavano loro i pascoli abbondanti della verità e della grazia. Quelli che avrebbero dovuto condurle a questi pascoli, e che avrebbero dovuto far loro riconoscere il Redentore alla luce delle profezie, delle promesse e delle figure che in Lui si compivano, le allontanavano da Lui con tutte le arti più scellerate, tradendo così il mandato avuto da Dio. Essi attribuivano a fanatismo il movimento del popolo verso Gesù, e credevano che Egli lo sobillasse; rifiutavano qualunque luce e, lungi dal commuoversi di fronte a miracoli strepitosi, ne prendevano occasione per invelenire di più contro il Redentore, e per bistrattare quelli che lo seguivano. Avrebbero dovuto per i primi accoglierlo, ricevere da Lui il mandato di pascolare il gregge e condurlo nelle vie della salvezza ai pascoli eterni; invece lo rinnegavano, e proprio per questo rappresentavano degl’intrusi.

Essi non avevano più il mandato da Dio di guidare le anime, dal momento che rifiutavano di ricevere Colui del quale avrebbero dovuto essere come i precursori e i rappresentanti e, poiché cercavano di conquistare le loro cariche con intrighi, anche per questo erano degl’intrusi, e rappresentavano per le anime un pericolo.

Gli scribi e i farisei avevano cacciato il cieco guarito dalla sinagoga, solo perché non si era prestato a svalutare il miracolo ricevuto, e aveva proclamato Gesù un profeta, cercando di dimostrarlo proprio col miracolo ricevuto; avevano preteso, con questo, di esercitare la loro autorità, senza pensare che, dal momento che si erano compiute le promesse, le figure e le profezie in Gesù, essi non avevano più il diritto di pascolare le anime se non per suo mandato. Qualunque autorità che non faceva capo a Lui, Pastore divino del popolo, era un’intrusione e si riduceva ad un massacro di anime. Questa grande e scottante verità, Gesù Cristo la espresse con una parabola, tratta dagli usi che i pastori avevano nel custodire e pascolare le pecorelle.

In Oriente, gli ovili erano dei vasti recinti chiusi o da palizzate o da mura rozzamente elevate che servivano a difendere il gregge dagli animali feroci o dai ladri. Una porta immetteva in questi recinti, dove la sera si radunavano le pecorelle di vari pastori, i quali, andando a dormire, vi lasciavano un vigilante custode per la notte. Al mattino, ciascuno ritornava a prelevare le proprie pecorelle, ed esse, riconoscendo la voce del proprio pastore, lo seguivano, e uscivano con lui per andare ai pascoli. Un ladro che avesse voluto rubare una pecorella, non entrava certo dalla porta, ma scavalcava il muro o la palizzata, e le pecorelle, non riconoscendone la voce, lungi dal seguirlo se ne spaventavano e lo fuggivano. Gesù, perciò, disse: Chi non entra per la porta dell’ovile, ma vi sale per un’altra parte, è ladro e assassino. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il guardiano, le pecorelle ne ascoltano la voce, ed egli chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori. Quando ha fatto uscire le proprie pecorelle cammina innanzi ad esse, e le pecorelle lo seguono perché ne conoscono la voce; ma non vanno dietro a uno straniero, anzi lo fuggono, perché non conoscono la voce degli estranei.

Gli scribi e farisei che lo ascoltavano non compresero di che cosa parlasse loro, perché erano tanto lontani dal considerarsi come pastori delle anime, e ancora più lontani dall’intendere che da allora nessuno poteva più pascolare le anime senza riceverne da Gesù il mandato. Perciò Gesù soggiunse: In verità, in verità vi dico che io sono la porta delle pecorelle. Quanti sono venuti prima di me sono tutti ladri e assassini e le pecorelle non li hanno ascoltati. E voleva dire: Io sono la porta che introduce le pecorelle nell’ovile eterno, e che per introdurvele le conduco ai pascoli salutari; tutti quelli che sono venuti a reggere le anime senza guardare a me, promesso da Dio come salvezza o a me venuto in terra come Redentore, non sono stati pastori, ma ladri e assassini di anime. Quanti sono venuti e il testo greco aggiunge: prima di me, cioè senza sospirare a me o credere in me –, hanno strappato alle anime la fede, hanno fatto loro sognare un regno temporale, e perciò le hanno uccise eternamente, allontanandole dai pascoli della vita. Per insistere sul suo concetto e per estenderlo agli uomini di tutti i tempi, Gesù Cristo soggiunse: Io sono la porta. Chi entrerà per me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli. Entrerà nel mio ovile, trovandovi il riposo, uscirà ai pascoli nella mia Chiesa, e li troverà abbondanti; entrerà nel regno eterno, e si dilaterà nella felicità eterna, trovando ogni diletto.

Ritornando ai pastori che entrano nell’ovile non per condurre al pascolo le pecorelle ma per sfruttarle, Gesù soggiunse che essi sono ladri e vengono per rubare, uccidere e disperdere il gregge. Rubano loro la fede, ne uccidono l’anima, e le disperdono nella via della rovina eterna. Egli, invece, è porta delle pecorelle e porta per la quale entrano i veri pastori, perché unico supremo Pastore delle anime, è venuto in terra perché esse abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente.

La Chiesa Cattolica è la porta,  l’unica, per la quale entra Cristo

Gesù Cristo è la porta dell’ovile per la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana; non entra nell’ovile per la porta chi prescinde dall’autorità della Chiesa, dalla sua dottrina e dal tesoro che il Signore le ha dato. Gli eretici presumono di guidare il gregge ma, non entrandovi per la porta, sono ladri e assassini di anime ed invece di condurle al pascolo, le conducono alla perdizione eterna. Chi entra per la porta può influire sulle anime, perché ha i grandi mezzi della grazia a propria disposizione, va avanti alle pecorelle con una vita santa, e le pecorelle ascoltano la sua voce traendo profitto dal suo ministero.

I poveri protestanti – i soli che hanno la presunzione di chiamarsi pastori di anime, in opposizione ai veri pastori dell’ovile di Gesù Cristo –, debbono tremare, pensando alla terribile parola con la quale Gesù li designa: ladri e assassini di anime! Possono illudersi quanto vogliono, possono mascherarsi, quanto possono, ma non potranno mai distruggere il fatto che non entrano per la porta dell’ovile, e sono ladri e assassini di anime. Essi, poi, negano il Sacramento della vita e, negandolo, privano le anime della vita che Gesù è venuto a dare e la abbandonano alla morte eterna. Il triste epilogo del protestantesimo in quelle nazioni che hanno apostatato dalla Chiesa, e la loro spaventosa caduta nel razionalismo e nell’idolatria, è troppo eloquente per dirci come i famosi novatori sono stati e sono ladri e assassini delle anime. È Gesù Cristo che li ha definiti così, e nessuno può osare di infirmare la sua divina parola!

Il buon Pastore e il mercenario

Dal modo com’Egli parlò, traspare tutta la sua tenerezza verso le anime e, dal contrapposto che fece tra il buon pastore e il mercenario, tutto il dolore che provava non solo per i falsi pastori del popolo ebreo, ma per i pastori falsi e mercenari di tutti i secoli. Io sono il buon pastore esclamò –; era venuto per dare la vita e per darla abbondantemente, e la dava alle sue pecorelle non solo pascolandole, ma immolandosi per loro; perciò soggiunse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle e, secondo l’espressione del testo greco, dà la vita in prezzo di redenzione.

Egli era l’unico pastore che pascolando si offriva, e salvando dalla morte le sue pecorelle s’immolava per esse. Nell’Eucaristia donò se stesso, offrendosi al Padre e immolandosi incruentamente, e sulla croce s’immolò cruentamente. Per confermare e rendere vivo questo grande pensiero, Gesù Cristo ritornò alla similitudine dell’ovile e delle pecorelle, e disse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle; il mercenario, invece, è chi non è pastore, e al quale non appartengono le pecorelle; egli, quando vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo rapisce e le disperde. Il mercenario poi scappa perché è mercenario e non gl’importa delle pecorelle.

Dopo aver detto che Egli è il buon pastore perché dà la vita per le pecorelle, Gesù Cristo soggiunge che Egli ha tanta premura per le sue pecorelle che le conosce ad una ad una, si comunica loro, ed esse lo conoscono. Come il Padre, conoscendo se stesso, genera il Figlio e gli comunica la vita infinita, e come il Figlio conosce il Padre, dandogli una lode infinita, così Gesù Cristo conosce le sue pecorelle, vivificandole ad una ad una, come se fosse tutto e solo per ciascuna, e dà la vita per loro, ad una ad una, di modo che ogni sua pecorella ottiene in pieno il frutto e i benefici della redenzione. Le pecorelle, poi, vivificate da Lui, lo amano perché lo conoscono e lo glorificano. C’è dunque, tra Gesù buon pastore e le sue pecorelle, un’unione d’amore che Gesù stesso paragona all’unione del Padre con Lui Verbo eterno. Egli dona loro la vita, ed esse lo glorificano e lo amano; Egli le cura singolarmente, una ad una, ed esse lo amano d’amore singolare.

Gesù parlava agli Ebrei, ed essi avrebbero potuto capire che essi solo erano i privilegiati, eletti per essere il suo ovile, e per averlo come Pastore; Egli, invece, doveva chiamare al suo Cuore tutte le genti della terra, e perciò soggiunse: Ho altre pecorelle che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io conduca; esse ascolteranno la mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore. Egli chiamò i pagani alla fede, e alla fine dei tempi chiamerà alla Chiesa gli Ebrei dispersi, formando così di tutte le nazioni un solo ovile sotto un solo pastore, il Papa. Dopo un periodo di apostasia generale, Gesù, con l’effusione di nuove grazie, chiamerà tutti i popoli al suo Cuore, e Israele finalmente conoscerà la sua voce, lo crederà come Messia e Redentore, si unirà alla Chiesa Cattolica, e si formerà così un solo ovile di tutte le genti, in una grande glorificazione di Dio su tutti i cuori. Questa glorificazione sarà frutto del Sacrificio della croce, e del rinnovarsi di questo Sacrificio nell’Eucaristia, e il Sacrificio si realizzerà perché Gesù si offrirà completamente alla divina volontà, dando la vita sulla croce, riprendendola nella risurrezione, e rinnovandone, poi, l’offerta sugli altari. Per questo Gesù soggiunse: Il Padre mi ama perché io do la vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la dono da me stesso, e ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo. Questo comandamento ho avuto dal Padre mio.

Ai pastori d’Israele che lo perseguitavano in nome della loro autorità, Gesù, dunque, annuncerà che Egli solo era il buon pastore, e che la loro autorità era tramontata. Ad essi, che avevano congiurato di ucciderlo, dichiarò che sarebbe morto solo per propria elezione, e che questo era conforme al piano della divina volontà. Annunciò la costituzione del nuovo suo ovile, formato dalle genti tutte della terra, e abbatté così, per sempre, le barriere che avevano separato Israele dagli altri popoli. Egli, prendendo la croce, avrebbe preso in mano lo scettro della sua regalità e il vincastro del suo pastorale ministero d’amore, portando al pascolo le sue pecorelle.

Don Dolindo Ruotolo (Gv 10,1-10)

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