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Commento al Vangelo – XXXII Domenica del TO 2015

Amore del prossimo, amore a Dio

L’amore al prossimo non è una sensibilità di simpatia o di compassione, ma è una tenerezza verso l’immagine di Dio, e una fusione d’amore con la divina Bontà che ama le sue creature; per questo Gesù disse che il secondo precetto era simile al primo.
Chi ama una persona condivide le sue abitudini e le sue inclinazioni; ora, l’anima che ama Dio veramente condivide la sua carità verso le creature, e partecipa a quella divina espansione e generosità con la quale Egli le rispetta, le benefica, le cura, le difende e le provvede.
L’amore al prossimo ha qualcosa di sacro, e ha il carattere di quella delicatezza che si ha nel trattare le cose sacre, proprio perché appartengono a Dio. È un concetto, questo, di altissima importanza che ci fa intendere ancora di più perché Gesù Cristo fa una sola cosa dell’amore verso Dio e verso il prossimo, e perché i santi hanno avuto un’estrema gentilezza nella carità, e un senso di delicato riguardo anche per le creature irragionevoli o insensibili, come gli animali, i fiori, e tutte le opere del creato.
L’amore al prossimo, dipendendo da quello di Dio, non può dissentire da Lui, e può benissimo conciliarsi con la severa riprovazione del male che sta nel prossimo. Si ama il prossimo per Dio, non contro Dio, non fuori di Dio, ed è logico che non si può amare nel prossimo ciò che offende Dio. Come è carità soccorrere chi soffre fisicamente, così, molto più, è carità aiutare chi è moralmente traviato; e, come è amore tagliare un tumore maligno da un membro infermo, così, molto più, è carità riprovare nel prossimo quello che nuoce all’anima sua e a quella altrui, e quello che diventa disdoro di Dio.
Potrebbe sembrare strano che Gesù, dopo aver parlato del precetto dell’amore al prossimo, abbia poi, subito dopo, bollato la condotta degli scribi con parole severe. Egli, allora, non mancava di carità, ma si espandeva, da Dio, nella carità più grande che il Signore ha verso di noi, ammonendo le sue creature peccatrici, e premunendo quelle che avrebbero potuto scandalizzarsi per la loro vita.
Non è a caso che nel Sacro Testo, prima di questo rimprovero di Gesù agli scribi, c’è un’allusione alla sua divinità; il Redentore non era un qualunque figlio di Davide: era Signore, era Dio, e come tale poteva benissimo rimproverare e prevenire le sue creature. Essendo venuto a rinnovare l’umanità, era logico che bollasse quello che più direttamente si opponeva all’amore di Dio: l’orgoglio e l’egoismo; e poiché gli scribi erano come maestri del popolo, era giusto che Egli cercasse di rendere vani i loro scandali ammantati d’ipocrisia, smascherandoli. Gli scribi mettevano tutta la loro falsa pietà e giustizia nelle apparenze pompose, cercavano il loro tornaconto e non amavano né Dio né il prossimo.
Gesù mette in guardia il popolo contro questa deformazione perniciosa dalla pietà, e mostra, nell’umile vedova che dà al tempio due soli spiccioli, come si ama Dio: gli si dà un cuore sincero, gli si offre tutto quello che si ha, dandogli la vita, l’anima, la mente, il cuore e le forze. Amarlo così non significa fare cose grandi innanzi al mondo, non significa operare con pompa esterna, ma compiere quel poco di cui è capace la nostra vita per il suo amore.
Che cosa posso darti, o Signore, da questo mio povero essere? Duo minuta, due cose molto piccole di fronte a quello che Tu meriti, cioè l’amore a te e al prossimo; ma in questi due spiccioli ci dev’essere tutta l’offerta di me stesso al tuo amore.
La vedova donò col cuore, donò con l’anima, donò apprezzando Dio, e nella sua offerta gli diede tutto ciò che aveva per sostentarsi, tutta la sua forza.
Così voglio amarti, mio Dio, e nell’umiltà della mia vita voglio porre, innanzi al tuo trono, i due spiccioli dei quali dispongo ed in essi darti tutto me stesso.

Don Dolindo Ruotolo, Mc 12,38-44

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