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La Corredenzione di Maria

Non senza qualche apprensione, ma anche con tanta gioia, partecipo a questo Simposio Internazionale per svolgervi un tema al quale, in più di un occasione, ho rivolto il mio interesse di modesto studioso, convinto di poter criticamente provare che la Corredenzione mariana è dottrina della Chiesa.

È mia impressione che gli anticorredenzionisti proprio codesta appartenenza non valutino adeguatamente. Del resto gli stessi corredenzionisti fan non di rado altrettanto, come dimostra la disinvoltura con cui usano indiscriminatamente «Corredentrice, Mediatrice, Avvocata»1 e rischiano, senza volerlo, di confondere i termini del problema.

I contrari, con uno zelo degno di miglior causa ma senza argomenti chiaramente suasivi, o mettono il silenziatore ai corredenzionisti, o li invitano a tacere per prudenza ecumenica. Come se UR 11/a non avesse scavato un abisso tra il «vero» ecumenismo e quel «falso irenismo che nuoce alla purezza (ed integrità)della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso».

Ho a riguardo unʼesperienza personale. Prima di pubblicare il mio saggio sulla Corredenzione2 per averne anticipato qualche brano in «Divinitas»3 poco mancò che si ripristinasse la Santa Inquisizione. Poi, a parte una recensione altamente positiva su «La Civiltà Cattolica»4, prevalente è stata la campagna del silenzio. Non così si serve la Chiesa, non così la «santa dottrina» (Tt 1,13; 2,1). Plaudo perciò «ambabus manibus» a chi ha convocato questʼincontro, come generoso servizio alla fede.

1 – Idee di fondo

Son la necessaria premessa dʼ ogni dibattito e dʼ ogni apprendimento. Quanto tempo si risparmierebbe, quanto chattering inutile e pseudoteologico sʼeviterebbe se si conoscessero meglio i termini del problema, i precedenti storici, i collegamenti dellʼ «analogia fidei»! Chiediamoci, allora, che cosa davvero sʼintenda quando si parla di «Corredenzione mariana».

1.1

Una delle più consumate obiezioni è la seguente: Gesù ci ha redenti, non Maria, che fu anzi redenta prima di ogni altro. Il gusto di sfondare le porte aperte! Chiunque conosca a fondo la Corredenzione non obietta ciò che nessuno dichiara.

In verità, tra i primi dati da conoscere è la composizione del lemma, nel quale la preposizione «con» funge da prefisso al sostantivo «redenzione»; e, comʼè noto, il prefisso non necessariamente moltiplica i soggetti dʼuna data operazione. In questo caso introduce lʼidea dʼuna co-presenza non statica ma attiva, una «cooperazione». Tale idea, nellʼanalisi del discorso, attesta un complemento di compagnia ed insieme un rapporto di strumentalità di cose e di persone nei confronti del soggetto agente. È esattamente ciò che il prefisso «con» seguito da «redenzione» esprime a proposito di Maria, collocandola accanto al Figlio con compiti di cooperazione strumentale, in ogni fase dellʼopera redentiva.

Lʼopera è e rimane del Figlio, Lui solo essendone il «subiectum attributionis», ma non senza lʼattuosa presenza della Madre.

1.2

Si dirà che questa è analisi strutturale e non teologica. Giusto. Precisata però la struttura, interviene il teologo per lumeggiare, «in lumine fidei – sub ductu Ecclesiae», lʼabbinamento linguistico-letterario della Madre e del Figlio, approfondendone la natura, segnalandone i limiti.

Il «con» significa dunque che lʼazione produttiva degli effetti redentivi appartiene «primo et per se» a Cristo, non a Maria. Ma significa pure che, dinanzi a tale effetti, Maria non è né estranea, né inerte e passiva. Il «con» la pone, infatti, in stato di servizio, affidandole un compito secondario e strumentale in funzione di quello principale, come il quadro complessivo delle fonti teologiche dimostra ampliamente.

È un servizio di cui la Vergine ebbe piena coscienza e Lc 1,38 ne raccolse lʼautoproclamazione: ecco lʼancella del Signore. Fu infatti cosciente dellʼabbinamento di sé, come agente secondario, allʼordine della causalità efficiente del Figlio, con funzioni strumentali e dispositive. Le quali non avrebbero sottratto allʼagente principale la paternità dellʼatto redentivo, ma avrebbero concorso alla produzione di esso dallʼesterno, determinandone liberamente e responsabilmente le condizioni da Dio richieste.

Il valore dʼun siffatto concorso si misura sul valore infinito dello stesso atto redentivo, il quale si riflette sul concorso stesso, lo assume ed immette nel proprio ordine, ne fa un co-valore.

Dunque, quando si parla del concorso di Maria non dovrebbe intendersi che questo: un contributo estrinseco e subordinato, dipendente e nello stesso tempo indispensabile, libero ma divinamente previsto e disposto, di per sé non necessario ma «economicamente» decisivo della Redenzione.

1.3

Si capisce allora in che senso leggere e spiegare le pagine della speculazione teologica e del Magistero ecclesiatico che, facendo leva sul prefisso «con», varcano senza esitazione la soglia dellʼincertezza e parlano di Maria Corredentrice. È sintomatico il fatto che, perfino in epoca di crisi mariologica e dʼincertezze terminologiche (penso alla seconda metà del 17 sec.5 ), sullʼappellativo «redemptrix» che Quirino de Salazar aveva proposto in forza dellʼintima analogia tra Cristo e Maria6, sia tornato a prevalere il «co-redemtrix» verso il quale un Anonimo intorno al XV sec.7, nel suo Planctus oratorius aveva già orientato le proprie preferenze.

Né di minore importanza appare il ricorso a perifrasi trasparentemente corredenzionistiche, come quelle dello Pseudo-Alberto8: «Particeps et concors redemptionis – fons et origo nostrae redemptionis». Il loro significato corredenzionistico è tanto più evidente, quanto più lo si colga in un contesto che pone la Madre in subordine al Figlio, affermandone però la funzione di servizio e di ausilio, senza la quale il Redentore non avrebbe attuato lʼeconomia storica della nostra salvezza. Ciò scongiurava già allora lʼappiattimento di Cristo su Maria, che i più accaniti anticorredenzionisti, un pò goffamente, rimproverano agli assertori della Corredenzione.

Si tratta, come si vede, di precisazioni teologico-linguistiche9, senza le quali la questione corredenzionistica né sʼimposta con chiarezza, né si risolve adeguatamente. È un fatto, purtroppo, che chi ne parla, non sempre conosce di che cosa parla e nemmeno gli stessi termini con cui ne parla.

2 – Nel mistero di Cristo e della Chiesa

È questo il quadro entro cui bisogna parlarne per dimostrare che la Corredenzione è non un masso erratico nel complesso dottrinale della Chiesa, ma una sua parte integrante. E nemmeno il rimasuglio dʼun anticaglia devozionale, superata oggi e destituita di senso teologico. Chi, accompagnato dal Laurentin10, segua la storia di «Corredentrice», vale a dire dʼun epiteto mariologico apparso in epoca piuttosto avanzata11, non può non respingere come priva di senso lʼobiezione dʼanticaglia devozionale. In effetti, lʼepiteto raccoglie, unifica, sintetizza e semplifica il contenuto dottrinale riguardante la parte di Maria nellʼopera della salvezza.

Se, a far uso di codesto titolo non è il teologo privato, ma la Chiesa nella sua disciplina dei fenomeni devozionali, nella sua liturgia e nel suo Magistero, allora lʼepiteto diventa dottrina ecclesiastica e come tale si propone da sé alla fede e alla pietà dei cristiani. È esattamente il caso di «Corredentrice».

2.1

Con ciò la Chiesa non prende posizione a favore dʼuna delle parti in conflitto; ma piuttosto neutralizza i motivi di fondo del conflitto stesso. La Chiesa non rifiuta una tesi minimalista per far propria la massimalista e la sua spiegazione della dottrina corredenzionistica: cooperazione prossima, immediata, oggettiva, attiva, universale di Maria a Cristo redentore; ma si limita ad affermare il fatto della Corredenzione, dinanzi al quale né massimalismo né minimalismo esprimono la «mens Ecclesiae».

2.2

Affermare il fatto non è definirlo. Della Corredenzione è mancata fino ad oggi una definizione dogmatica o «ex cathedra». E pertanto essa non è una verità di fede. Poiché cʼè una «gerarchia della verità»12, cʼè anche unʼappartenenza differenziata alla dottrina della Chiesa in conseguenza della gradualità di riferimento delle singole dottrine al «sacro deposito» (2Tm 1,14)13. La Corredenzione appartiene alla dottrina della Chiesa solo perché indirettamente e derivatamente riconducibili al «sacro deposito».

Non le spetta per questo, la nota teologica «de fide»: né «de fide definitiva, vel catholica, vel ecclesiastica», fin a che manchi di essa una formale definizione «ex cathedra»; né «de fide rivelata», essendo non esplicitamente contenuta nelle fonti della Rivelazione. Come allora notarla?

2.3

La nota teologica determina il grado di certezza dʼun asserto dottrinale. Il grado più alto spetta a «de fide», che assicura la pertinenza dellʼasserto stesso alla Rivelazione e giustifica così la sua proclamazione dogmatica da parte della Chiesa.

Appena al di sotto sta «proxima fidei»: lʼappartenenza alla Rivelazione, se pur non esplicita, è indubbia; manca però la relativa definizione ecclesiastica.

In terza posizione milita «virtualiter rivelata»: vien applicata ad una dottrina razionalmente dedotta da premesse rivelate, donde la sua qualificazione successiva «theologice certa» e addirittura «ad fidem pertinens».

Si ha infine «communis theologorum sententia» per una dottrina né rivelata, né in qualche modo affermata dal Magistero ecclesiastico, ma presente nel patrimonio costante dei «provati autori»14.

Tenendo presente i contenuti specifici dʼognuna delle note suddette, la «de fide» nel nostro caso appare eccessiva, ma insuffiecienti in progressione regressiva appaiono «theologice certa» e «communis theologorum sententia» la quale, oltretutto, è inesistente. Rimangono «virtualiter rivelata» e «proxima fidei».

Preferisco «proxima fidei» in quanto rispetta tutti gli elementi intrinseci e estrinseci che emergono dalla Corredenzione: un suo legame con la Rivelazione ed una sua presenza, se pur non formale, nel Magistero ecclesiastico.

Non tutti saranno dʼaccordo; qualcuno si straccerà le vesti. Eppure la «proxima fedei» non è mai campata in aria laddove si tratti di dottrina indiscutibilmente cattolica e quindi «definitive tenenda», anche se fin ad ora proposta «non definitorio modo».

3 – Dottrina cattolica

A chi chieda quando una dottrina sia indiscutibilmente cattolica è facile rispondere: quando si verificano, concomitantemente, le tre seguenti condizioni: a) un almeno sufficiente supporto biblico; b) una solida base patristico-teologica; c) una chiara presenza nel Magistero ecclesiastico.

3.1

Per supporto biblico non intendo una collezione di «probantia dicta» per la c.d. «demonstratio ex S. Scriptura». Da «fons omnis et salutaris veritatis»15 e da «veluti anima Sacrae Theologiae»16, la Rivelazione diventerebbe in tal caso uno strumento meramente probatorio. Intendo invece quelle parti dellʼA e del NT dalle quali sgorga, o direttamente ed esplicitamente, o indirettamente ed implicitamente, la dottrina cristiana.

La Corredenzione non gode di rivelazione diretta ed esplicita, ma sarebbe un imperdonabile errore se la si negasse anche quella indiretta ed implicita.

3.2

Alcune figure femminili dellʼAT (Sara, Rebecca, Rachele, Ruth, Ester, Giuditta) sono collegate a Maria dal noto rapporto tra tipo e antitipo e costituiscono lo sfondo midrashico17 per una loro interpretazione in chiave mariana. Il tipo trova in lei pieno compimento in appoggio esterno al compito salvifico di Cristo. I contributi decisivi offerti dalle suddette figure sʼinverano nel contributo di Maria alla vittoria di Cristo sul Maligno e sul peccato. Cʼè, in effetti, una lettura incrociata dellʼA e del NT che mette in chiara luce il legame tipologico dʼalcuni testi veterotestamentari e Maria: p. es., tra Maria ed il Protovangelo (Gn 1-3). Una tale lettura no si ferma alla filologia per scoprire che chi schiaccia la testa al serpe diabolico e hu (lui, il figlio dellaʼissah), non Maria. Ma sul piano tipologico, hu identifica Cristo ed issah la vergine Maria che, in quanto Madre del Cristo, mette in essere le condizioni perché lui schiacci la testa al serpente.

3.3

Altri esempi potrei trarre da Is 7,10-14; Mi 5,1-2; Sof 3,14-17; Sir 24,3-21; Prov 8,22-23; Cc 4,78: al di là del loro senso immediato tali testi ne ricevono uno più pieno dal loro riscontro neotestamentario che li associa intimamente a Cristo e Maria. Mi riferisco in particolare agli «Evangeli dellʼInfanzia» (Mt 1-2; Lc 2); alle nozze di Cana (Gv 2,1-12); allʼintrepido «stare» di Maria sotto la Croce di Cristo (Gv 19,25-27); al suo coinvolgimento nellʼapostolato del figlio (Mt 12,4-6; Mc 3,61; Lc 8,19; Gv 2,12); alla sua presenza con i Dodici nel Cenacolo (At 1,14).

Qualcosa di più della consociazione tra Madre e Figlio, nella quale Magistero e teologia indicano una delle ragioni a favore della Corredenzione mariana, risulta dai testi indicati. Un gioco sottile dʼallusioni, di segni, dʼimmagini che si richiamano a vicenda, concorre a lumeggiare il mistero di Maria: a) la sua Immacolata Concezione (Gn 3,15; Gdt 13,20; Sal 9 e 10,15; 41,42; 46,5; Ger 31,22; Lc 1,28.49); b) la sua perpetua Verginità (Es 3,2; Sal 19,6; Is 7,14; 11,1; 35,1-2; 66,7; Ez 44,7; Mt 1,23; Lc 1,34-35). Ad essere lumeggiata è dunque una donna in tutta la sua eccezionale realtà, più unica che singolare, individuabile dal suo rapporto materno con Cristo, dalla sua partecipazione, funzionalità e servizio alla missione redentrice di Lui.

Nella sacra Scrittura non sʼincontra la parola «Corredentrice»; la cosa però è evidente.

4 – La testimonianza patristico-teologica

Essa raggiunge il suo vertice più nobile nella «recirculatio» di santʼIreneo da Lione, seguita poi e riecheggiata da altri, mai da nessuno uguagliata. Dotata dʼimpianto rigorosamente cristologico, riconduce Eva e la Chiesa a Maria ed al suo compito di Madre, socia e serva del Figlio suo. Anche san Giustino,

Tertulliano, san Basilio, i Cappadoci, san Gerolamo, santʼ Ambrogio e santʼAgostino, e passo altri sotto il silenzio, son testimoni della medesima tradizione dottrinale: ignorano il termine «Corredenzione», ma esaltano la consociazione fisico-naturale, ma anche in quello più specifico del concorso mariano allʼattuazione del pretemporale disegno salvifico del Padre attraverso la vita, la morte e risurrezione di Cristo18.

La lunga fase di precisazione, approfondimento e decantazione dottrinale di codesto concorso si concluse con lʼopera dei grandi scolastici19. Se nel sec. XVI (o come sembra XV) fece la sua comparsa lʼepiteto Corredentrice, non si trattò di incauta innovazione, non di unʼipertrofica espressione del devozionalismo incontrollato. Fu una «conclusione teologica», ossia una deduzione logica di indiscutibili conseguenze già implicite nelle loro premesse bibliche e patristico-tradizionali.

5 – La posizione del Magistero

Non meravigli il suo secolare silenzio; la sua alta parola risuona in tempi di crisi o di repressioni fuorviantie non furono specificamente mariologici i problemi che dovette per primi affrontare. Il suo primo documentomariologico20 è del XVIII sec. e non si tratta dʼun vero pronunciamento a favore della Corredenzione.

Passi avanti furono mossi da Pio VII21 e, soprattutto, da Pio IX22 per la connessione da lui proclamata trala Reparatri, la Mediatrix, la Conciliatrix e lʼImmacolata Concezione.

Una grandiosa sinfonia mariologica sʼiniziò con Leone XIII e mise subito in evidenza alcuni motivi corredenzionistici. Eccoli in tutta la loro chiarezza: Concors, particeps, cooperatrix, administra, restauratrix, auxiliatrix, reconciliatrix; neanche Leone XIII dice corredemptrix, ma lo fa capire23.

Con san Pio X, fin dal 1908, irrompe nel lessico della Sede Apostolica anche Corredemptrix24 e vi rimane con Pio XI25. Leggermente appannato in Pio XII che preferì insistere sulla consociazione salutare di Maria e Cristo, nonché in Giovanni XXIII ed in Paolo VI, che pur furon papi teneramente mariani, tornò in piena luce, per via ora diretta ora indiretta, nel regnate Pontefice26.

La sinfonia si chiude con i toni armoniosi del Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo il quale «Maria, lʼEva novella, la madre di tutti i viventi…, nellʼora della nuova Alleanza ai piedi della Croce», diventa in Cristo e per mezzo di Cristo il co-principio della vita27.

6 – Conclusione

La teologia ha ben poco in comune con le scienze fisiche e matematiche. Eppure alcune sue operazioni assomigliano a quelle di tali scienze: si tratta di tirar le somme ed è lʼoperazione da fare nel nostro caso.

Le condizioni per le quali la dottrina è e deve considerasi dottrina della Chiesa son tutte ed ampiamente verificabili nella Corredenzione mariana: indiretto ed implicito ma solido il fondamento scritturistico, ampio quello patristico-teologico, inequivocabile quello magistrale. Ne consegue, dunque, lʼappartenenza della Corredenzione al patrimonio dottrinale della Chiesa.

La natura di tale appartenenza, dovuta ad una conclusione teologica da premesse vetero e neotestamentarie, trova espressione nella nota «proxima fidei». I suoi limiti derivano dallʼessere stata proposta «non definitorio modo». Ma lʼessere stata proposta la rende «definitive tenenda».

__________________

1 Cf ad es. M. J. MIRAVALLE, Maria Coredemptrix, Mediatrix, Advocata – Theological Foundations, 3 voll. Santa Barbara 1995 e 1996; Goleta 2000.
2 B.GHERARDINI, La Corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa, Roma-Monopoli 1998.
3 XL/II (1997) 109-164.
4 151/1 (2000) 87-88
5 R. LAURENTIN, Le titre de Corédemptrice. Eude historique, Roma-Parigi 1951, pp. 20-22.
6 Q. SALAZAR, In Proverbiis, 1.Colonia 1621, p. 627 (VIII,19,222) «Quia id habuit commune cum Christo ut vere Ct proprie redemptionis nostrae dedisse atque attulisse dicatur…, propterea… redemptrix, reparatrix, mediatrix, au(c)trix et causa salutis nostrae appellatur».
7 Cf G. M. DREVES, Analecta Hymnica, medii aevi, Lipsia, Reisland, t. 46 (1905) 126 n.79: «…ut compassa redemptori – captivato trangressori – corredemptrix fieres».
8 Mariale, I, LXXVIII, CXLVIII,CL, CLIV et alibi.
9 B. GERARDINI, La Corredentrice, cit., spec. pp. 77-108.
10 Le titre, cit.
11 Ci sono buone ragioni per sostenere il 1521 come lʼanno della sua prima comparsa nei sermoni di Alain de Varènes, che peraltro rimanda «ad un uso anteriore: la parola sarebbe stata utilizzata almeno una volta nel XV secolo», R. LAURENTIN, Le titre, cit, pp. 10-11.
12 UR 11/c: «In comparandis doctrinis (theologi) meminerint existere ordinem seu “hierarchiam” veritatum doctrinae catholicae cum diversus sit earum nexus cum fundamento lidei christianae».
13 LʼApostolo parla qui di «deposito buono» da custodire fedelmente: altrove ricorre a «sana dottrina» (1Tm 1,3-4. 10; 6,20; 2Tm 4,3; Tt 1,13), alludendo chiaramente ad una tradizione viva di determinate verità, da lui stesso a sua volta ricevute (1Cr 15,11). Alla luce di ciò, parrebbe poco plausibile riferire il «mio deposito» di 2Tm 1,12, come qualcuno propone, ad opere buone, meriti apostolici, sofferenze per Cristo, anziché al magistero vivo delle verità rivelate.
14 Vi si oppongono asserti dottrinari di senso contrario e cioè, in linea discendente, «propositio heretica, proxima haeresi, haeresim sapiens, erronea in fide», cf P. PARENTE, Theologia fundamentalis, Torino 1947, pp. 242; H. QUILLIET, Censures doctrinales, in DThC, II. Parigi 1932, cc. 2105-06.
15 DV 7/a.
16 DV 24/a.
17 Tra i numerosissimi saggi sullʼargomento rimando a A. LUZZATO, Leggere il Midrash. Le interpretazioni ebraiche della Bibbia, Brescia 1999.
18 Non cʼè serio mariologo che non ne tratti. Unʼanalisi specifica si ha pure nel mio La Corredentrice, cit., pp. 222-226.
19 Ivi pp. 267-318.
20 BENEDETTO XIV, Bulla aurea gloriosae Dominae, in Benedicti XIV …Litterae Apostolicae.
21 Ampliatio priviiegiorum B. Mariae Virginis …, Firenze 1806, in J. BOURASSÈ, Summa aurea de laudibus beatissimae Virginia Mariae, 7 Parigi 1862, sp. c. 546.
22 Bulla “Ineffabilis Deus”, (XII.1854), in PII IXP. M. Acta, 1/1 Roma 1854, pp. 957-619.
23 Ben dieci sono i suoi documenti mariologici la «Jucunda sempre» è tra i più significativi.
24 in varie occasioni, per le quali cf ASS 41(1908) 409; AAS 5(1913) 364: AAS 6(1914) 108.
25Messaggio radiofonico a Lourdes, 24.4.1935, in LʼOsservatore Romano 28/29 apr. 1935, p. 1.
26 Su tutto ciò rimando al mio La Corredentrice, cit., pp. 129-144.
27 CCC § 2618, p. 532 (ed. francese, Città del Vaticano 1992).

Fonte: Brunero Gherardini; IMMACULATA MEDIATRIX, anno I, Nr.1 – 2001

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