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Per gli islamici l’Italia è il Paese dei senza-legge.

stellamatutina-magdi-cristiano-allamLa verità è che, per gli islamici, il nostro è il paese dei senza-legge, dove anche i clandestini hanno gli stessi diritti degli immigrati regolari. Per renderci conto che gli estremisti islamici percepiscono l’Italia come una landa deserta sul piano della fede, dei valori, dell’identità, delle regole e persino delle leggi, basta leggere la dichiarazione resa il 18 luglio 2008 dal presidente della moschea di viale Jenner a Milano, Abdel Hamid al Shaari, un libico che ha acquisito la cittadinanza italiana. Commentando il fatto che sono stati in tutto solo circa 500 i fedeli che si sono trasferiti nel centro sportivo Vigorelli per la prima preghiera collettiva del venerdì, dopo la decisione di non occupare più i marciapiedi di viale Jenner dove si stimava che si stipassero circa 4000 persone, Shaari – in una dichiarazione pubblicata da Lorenzo Mottola sull’inserto milanese di «Libem» – ha affermato: «Dite che c’è poca gente? Dovete capire che molte delle persone che di solito vengono il venerdì in viale Jenner sono senza documenti. E qui c’è la polizia… Hanno semplicemente avuto paura della polizia. Ma questo non vuoi dire nulla: anche chi non ha le carte in regola ha il diritto di pregare».

Shaari sa e ammette candidamente che per vent’ anni la moschea di viale Jenner è stata una roccaforte dei clandestini. Possibile che nessuno se ne sia mai accorto? Spero proprio di no. Ma allora perché per vent’ anni si è permesso che in quella moschea si violasse in modo flagrante la legalità? Come stupirsi che quella moschea si sia trasformata in una fabbrica di aspiranti terroristi islamici, come attestano le sentenze della magistratura e indicano le indagini degli inquirenti? Come dare torto a Shaari se viviamo in un paese in cui il governo di centrosinistra di Romano Prodi e la stessa magistratura hanno imposto al sindaco di Milano, Letizia Moratti, di accogliere negli asili nido i figli dei clandestini, confortati dalle norme vigenti in seno all’Unione europea? Se quest’Italia riconosce ai clandestini il diritto all’istruzione, all’ assistenza sanitaria e a occupare le case, e criminalizza il ministro dell’Interno Roberto Maroni perché vorrebbe introdurre il reato di immigrazione clandestina che esiste ovunque in Europa? Se lo stesso prefetto di Milano, Gian Valeria Lombardi, ha sostanzialmente legittimato come interlocutore l’imamAbu Imad della moschea di viale Jenner, condannato in secondo grado quale reclutatore di terroristi suicidi islamici, trattando con lui, stringendogli la mano in una fotografia che li ha immortalati e consegnandogli le chiavi del Vigorelli? È un insieme di fatti tremendi che attestano la resa della legalità e delle istituzioni, all’insegna del buonismo e del lassismo, nell’illusione che scendendo a patti con gli estremisti islamici si garantirà il quieto vivere agli italiani.

È del tutto evidente che io sono massimamente preoccupato non tanto per la realtà della crescita del terrorismo islamico in Europa, quanto per la realtà dell’Europa che non vuole guardare in faccia alla verità manifesta, che preferisce mistificare i fatti, scendere a patti con i suoi aspiranti carnefici. Come si fa a non comprendere che c’è una chiara strategia islamica di conquista dei cuori e delle menti, del territorio e del potere? Come si fa a non prendere atto che siamo in guerra, che questa guerra è in corso, che è una guerra di natura aggressiva scatenata dai terroristi islamici tagliagola, che prediligono le bombe, e dai terroristi islamici taglialingua, che in modo molto più perfido usano strumentalmente la democrazia e i diritti umani per costringerci a sottometterei alloro potere che esclude aprioristicamente la democrazia e i diritti umani? Possibile che il nostro paese sia alla mercé di personaggi del tipo di Abu lmad, il sedicente imam della moschea di viale Jenner a Milano che, nonostante la condanna in secondo grado a tre anni e otto mesi per terrorismo islamico internazionale, nonostante nella motivazione della sentenza si specifichi che è un predicatore d’odio che ha praticato il lavaggio di cervello e ha effettivamente trasformato delle persone in terroristi suicidi islamici che si sono fatti esplodere e hanno provocato delle stragi, nonostante sappiamo che tutto ciò avviene qui a casa nostra, noi gli consentiamo di continuare a fare tutto ciò che vuole, tanto è vero che era proprio lui a capeggiare le migliaia di estremisti islamici che hanno occupato la piazza del Duomo?

A questo punto ho una domanda da rivolgere al magistrato Armando Spataro, coordinatore del Dipartimento antiterrorismo della Procura di Milano. Il 23 dicembre 2007 pubblicai sul «Corriere della Sera» un commento sulla condanna in appello di Abu Imad dal titolo Predicatori di odio e istituzioni timide, in cui spiegavo la ragione per cui si sottovaluta la realtà del terrorismo islamico in Italia e la scelta di consentire ad Abu Imad di continuare a svolgere liberamente la propria attività, addirittura garantendogli che, anche nel caso di una condanna definitiva, la Procura di Milano si opporrebbe a un’ eventuale decisione del governo di allontanarlo dall’Italia. Leggiamo prima, insieme, il mio intervento e la replica di Spataro.

Se un sacerdote o un rabbino, anche se del tutto sconosciuti, avessero istigato i fedeli a odiare e a uccidere i musulmani e gli arabi dai pulpiti di una chiesa o di una sinagoga dispersi nella più remota delle cittadine d’Italia, legittimando nel nome di Dio la strage di tutti coloro che non si convertono al cristianesimo o all’ebraismo, avremmo assistito a una sollevazione generale del governo, dei partiti e dell’ opinione pubblica italiana, dell’Unione europea, delle Nazioni Unite, ovviamente della Lega Araba e dell’Organizzazione per la conferenza islamica, con l’immancabile fatwa di condanna a morte di Bin Laden. Ma se è un imam islamico, addirittura della più affollata moschea della metropoli con più musulmani in Italia, quella di viale Jenner a Milano, a indottrinare i fedeli alla «guerra santa» contro tutti i nemici dell’islam, a praticare con successo il lavaggio del cervello a decine di terroristi islamici che sono andati a combattere e a farsi esplodere in Iraq, Tunisia, Marocco, Afghanistan e nei Balcani – e benché tutto ciò sia stato accertato e formalizzato da una sentenza della Corte d’assise – ebbene non succede assolutamente nulla.

L’imam Abu Imad, nome di battaglia di Arman Ahmed El Hissini Helmy, ha ascoltato il 20 dicembre a Palazzo di Giustizia la condanna a tre anni e otto mesi per «associazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo», poi se ne è tornato come se nulla fosse successo nella moschea più inquisita e più coinvolta nel terrorismo islarnico internazionale. Continuando a svolgere imperturbabile e indisturbato il suo ruolo di predicatore d’odio e di avanguardia della strategia di penetrazione islamica in Italia, confortato dalla certezza che, qualunque sarà la sentenza d’appello, egli non verrà allontanato dall’Italia e rispedito nelle galere d’Egitto dove era stato rinchiuso per il suo coinvolgimento nell’ assassinio del presidente Sadat il6 ottobre 1981. Perché – così ha stabilito lo stesso pubblico ministero Elio Ramondini – Abu Imad avrebbe recentemente preso le distanze dai terroristi islamici.

Eppure le accuse nei confronti di Abu Imad sono di una tale gravità che difficilmente gli basterebbe una vita per ravvedersi. Tra i condannati figurano i nomi di tre latitanti tunisini (Sassi Lassad e i fratelli Zied e Zouhair Riabi) che dalla moschea di viale Jenner sono andati a morire in Tunisia, dove intendevano far esplodere le ambasciate dell’Italia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Così come sono stati arrestati sei aderenti al Gruppo salafita che, dopo essere stati trasformati in robot della morte dalla predicazione di Abu Imad, si apprestavano a partire per farsi esplodere in Iraq e massacrare i «nemici dell’islam». Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Armando Spataro, hanno evidenziato che Abu lmad era dedito al lavaggio del cervello dei fedeli per trasformarli in kamikaze islamici certamente fino al 2004, mentre la sua predicazione per reclutare gli aspiranti combattenti alla «guerra santa» islamica è addirittura precedente l’11 settembre 2001. Il finanziamento a questo «Jihad globale» veniva anche dallo spaccio di droga che, secondo Abu Imad, è lecito se i suoi proventi vengono diretti «contro un paese occidentale e per fini di Jihad». L’attività terroristica che ruota attorno ad Abu Imad e alla moschea di viale Jenner, così come emerge dagli incartamenti della Procura, si inserisce «in un complesso programma inquadrato in un progetto di Jihad» che contemplava «la disponibilità ad azioni suicide in Italia e all’estero».

Ebbene c’è un abisso tra questo profilo altamente criminoso di Abu Imad, la mitezza della pena e soprattutto il fatto che gli sia consentito di continuare a fare quel che ha sempre fatto. La verità è che Abu Imad non è mai cambiato. Quando lo incontrai per la prima volta e pubblicai sulla «Repubblica» un’inchiesta sugli estremisti islamici il 15 novembre 1998, Abu Imad mi disse: «La riscossa dell’islam è evidente ovunque, anche in Italia, e i figli delle comunità musulmane sono i suoi protagonisti. Il Corano ha ordinato il Jihad contro i nemici dell’islam. La guerra è guerra. Se ci costringono a combattere, come in Bosnia, dobbiamo combattere, dobbiamo andare ad aiutare i nostri fratelli a respingere l’aggressore. Non possiamo essere criminalizzati perché aiutiamo dei musulmani con i soldi, con le armi e con la vita». E quando l’ho sentito al telefono l’ultima volta dopo un attentato terroristico suicida perpetrato da Reem Reyashi, una palestinese di 21 anni madre di due bambini di 8 mesi e 3 anni, Abu lmad è stato perentorio nel difendere la madre-kamikaze in un servizio pubblicato sul «Corriere» del 17 gennaio 2004: «I martiri sono vittime delle guerre, dell’ occupazione, dell’ oppressione e della disperazione. Tutte le leggi del mondo autorizzano l’autodifesa. Il modo con cui si manifesta dipende dalle situazioni particolari. In Palestina avviene diversamente che altrove. Se non hanno altri modi di reagire, cosa dovrebbero fare? Sarà Dio a giudicare le intenzioni della madre che ha sacrificato la propria vita. È evidente che non aveva altri modi di manifestarsi. È una martire. Una vittima. Questo non è terrorismo. Bisogna capirne le cause e le motivazioni».

Se per Abu Imad una madre che si fa esplodere abbandonando al proprio destino due figlioletti per massacrare degli israeliani «non è terrorismo», non sorprende che nell’aula del tribunale abbia sostenuto «io non sono un terrorista», Per lui la dissimulazione della realtà è un semplice gioco di parole. Ma non dovrebbe essere così per i nostri giudici. La verità è che le istituzioni in Italia, dal governo al Parlamento, dalle forze dell’ordine alla magistratura, hanno paura di affrontare e di scontrarsi con gli estremisti islamiei che si sono saldamente arroccati nelle moschee. Ed è così che ciò che sarebbe inammissibile per i cristiani e per gli ebrei o per qualsiasi cittadino italiano, diventa invece lecito per i musulmani. Abbiamo già creato, consapevolmente o meno, ma certamente irresponsabilmente, un doppio binario etico e giuridico che ci vede sconfitti e sottomessi all’arbitrio dei burattinai del terrore e dei predicatori della sharia islamica.

In giorno stesso Spataro inviò una lunga lettera al «Corriere della Sera» che venne pubblicata l’indomani in versione minimamente ridotta per ragioni di spazio, e che vi propongo in versione integrale. In essa contesta lo stesso concetto di terrorismo islamico indicandolo come «cosiddetto terrorismo islamico», in ugual modo fa riferimento alla «cosiddetta attività di intelligence». A suo avviso, nei confronti degli immigrati in Italia ci sarebbe un «vero e proprio pogrom in atto nel Nordest dell’Italia». Sostiene che i rapimenti e le torture e le prigioni segrete sono «atti di barbarie che costituiscono solo fattori di moltiplicazione di potenziali terroristi» I assumendo la tesi della natura reattiva del terrorismo islamico. Più in generale Spataro enuncia una visione politica e ideologica della società italiana che, a suo avviso, deve ispirarsi al multiculturalismo.

E, di conseguenza, arriva alla conclusione che «le democrazie occidentali devono scommettere sulla collaborazione dei modernizzatori e persino dei fondamentalisti non violenti nella lotta al radicalismo violento e terrorista: nessuno, in· fatti, può seriamente pensare di vincere questo terrorismo solo con le indagini, i processi o con la cosiddetta attività di intelligence, e neppure con la guerra».

Nel suo articolo ieri pubblicato sul «Corriere» (Predicatori di odio e istituzioni timide), Magdi Allam, prendendo spunto dalla condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione di un imam della principale moschea di Milano, per il reato di associazione per delinquere aggravato dalla finalità di terrorismo, ha criticato l’entità della pena (a suo avviso modesta) e il fatto che non sia stata decretata l’espulsione del condannato. Ma, soprattutto, ha affermato una tesi alla quale è particolarmente affezionato: forze dell’ ordine, magistratura e istituzioni italiane in genere «hanno paura di affrontare e scontrarsi con gli estremisti islamici», consentendo loro comportamenti in altri casi puniti – come l’incitamento all’ odio verso gli occidentali – e così dando luogo a «un doppio binario etico e giuridico che ci vede sconfitti e sottomessi all’ arbitrio dei burattinai del terrore».
Vorrei – se possibile – tranquillizzare Magdi Allam e i lettori, fornendo dati utili per una riflessione più articolata e serena su un tema così delicato. Non parlerò, ovviamente, del contenuto delle specifiche accuse per cui l’imam è stato condannato, peraltro con una sentenza che non è certo definitiva (ed è già strano che sia proprio il pm che l’ha invocata a doverlo ricordare!), ma piuttosto precisare che le condotte giudicate risalivano a epoca antecedente l’11 settembre, quando, cioè, lo stesso Parlamento non aveva ancora varato una più severa normativa per le associazioni con finalità di terrorismo internazionale. Vorrei inoltre ricordare che la legge prevede precisi parametri cui il giudice deve ancorare le sue valutazioni discrezionali nella determinazione quantitativa delle pene che infligge: tra tali parametri, importantissimo è quello della condotta del reo susseguente al reato. Orbene, poiché i comportamenti illegali del condannato in questione risalgono a 6-7 anni fa e poiché vi sono anche elementi che inducono a ritenere che egli abbia ormai preso le distanze dal cd. [cosiddetto] terrorismo islamico, ben SI spIegano Sia 1’entità della pena irrogatagli, che la scelta di non richiederne l’espulsione a pena espiata. Si tratta, peraltro, di una valutazione che giudici e pm compiono ogni giorno per ogni tipo di reato, compresi quelli più gravi: perché mai allora per una certa categoria di reati e – peggioper certe categorie di persone, per lo più musulmane, le dernocrazie occidentali dovrebbero applicare regole diverse? Qui si apre un discorso più generale: non credo affatto che il contrasto del terrorismo internazionale possa comportare l’abbandono dei codici e delle regole legali dei processi, l’accettazione delle già teorizzate «zone grigie» e, quando il terrorismo si manifesta in zone di guerra aperta, la disapplicazione della Convenzione di Ginevra. Spesso si sostiene che tutto ciò sia l’ineluttabile conseguenza della difficoltà di condannare legalmente gli imputati di terrorismo, ma si tratta di affermazione da un lato ovvia (in democrazia, per qualsiasi tipo di processo, le condanne possono fare seguito solo all’ acquisizione di prove certe e rassicuranti, «al di là di ogni ragionevole dubbio») e dall’ altro falsa: proprio l’Italia vanta in Europa, dopo l’11 settembre, il più alto numero di condannati per fatti di terrorismo internazionale (oltre un centinaio), mentre il nostro sistema e le capacità dei nostri investigatori costituiscono punti di riferimento per la comunità internazionale. A non diversa conclusione si perviene se si considerano i dati recentemente forniti su quant’ avviene oltre oceano da Sabin P. Willett, un avvocato di Boston specializzato in quel tipo di difesa: sei sono gli anni di detenzione media delle persone ristrette a Guantanamo, ma solo il 5% è stato catturato in azioni di guerra, mentre il 55% dei detenuti vi è ristretto senza accuse di atti di violenza; 10, poi, sono stati i detenuti accusati formalmente e uno solo il condannato tra il 2002 e il 2007.
Il nostro paese ha conosciuto forme atroci di terrorismo e le ha sconfitte con gli strumenti della legge, «nelle aule di giustizia e non negli stadi» (come disse l’allora capo dello Stato Pertini). Riusciremo a fare altrettanto in questi anni drammatici, senza strappi e deroghe al nostro sistema di valori, specie se la comunità internazionale saprà trovare regole condivise di azione e dar vita a una cooperazione che sin qui è stata troppe volte declamata più che praticata. Invocare la chiusura delle moschee, perché qualcuno che le frequentava è stato condannato, indica una tendenza a trasferire su tutti i componenti di una comunità le responsabilità di pochi o di una parte della medesima! Non è necessario neppure citare il vero e proprio pogrom in atto nel Nordest dell’Italia, per spiegare che abbiamo bisogno di altra per il nostro futuro, che sarà sempre più segnato da una tendenza planetaria al cosmopolitismo: non di rapimenti, non di torture e prigioni segrete (atti di barbarie che costituiscono solo fattori di moltiplicazione di potenziali terroristi), ma neppure di politiche discriminatorie nei confronti dei migranti, ormai identificati come i moderni nemici delle società occidentali. Abbiamo bisogno, invece, di pIaticare la strada del confronto e del coinvolgimento nel nostro sistema di vita delle comunità islamiche moderate, sulla base dell’ assoluto rispetto sia delle nostre leggi che della loro identità culturale e religiosa. La Consulta per l’islam italiano per il dialogo interreligioso, costituita presso il ministero dell’Interno, è solo un esempio delle iniziative possibili in questa direzione. Le democrazie occidentali devono scommettere sulla collaborazione dei modernizzatori e persino dei fondamentalisti non violenti nella lotta al radicalismo violento e terrorista: nessuno, infatti, può seriamente pensare di vincere questo terrorismo solo con le indagini, i processi o con la cosiddetta attività di intelligence, e neppure con la guerra. «C’è davvero una battaglia in corso tra l’Occidente e il terrorismo» ha scritto Jason Bourke nel suo Al Qaeda. La vera storia «ma non è una battaglia per la supremazia globale. È una battaglia per la conquista dei cuori e delle menti.» (Armando Spataro)

Il 27 dicembre il «Corriere della Sera» pubblicò una mia replica a Spataro dal titolo Insisto: in quelle moschee si predica la Jihad.

Non è la prima volta che dopo aver riferito di un caso specifico, adducendo fatti concreti, circostanziati e contestualizzati, così come è stato nel mio commento alla sentenza della Corte d’assise su Abu Imad … mi ritrovi con la reazione di chi mi accusa di aver voluto condannare, non il singolo Abu Imad sulla base della responsabilità soggettiva che è il cardine dello Stato di diritto, non la categoria ideologica e militante a cui appartiene ovvero gli estremisti e i terroristi islamici, bensì un universo di persone e cioè l’insieme dei musulmani. Ciò è quanto mi rimprovera il procuratore aggiunto Armando Spataro … La sua critica radicale troverebbe riscontro nella mia conclusione: «La verità è che le istituzioni in Italia, dal governo al Parlamento, dalle forze dell’ ordine alla magistratura, hanno paura di affrontare e di scontrarsi con gli estremisti islamici che si sono saldamente arroccati nelle moschee». Questa mia esplicita denuncia viene da lui interpretata come un’incivile discriminazione nei confronti di tutti i musulmani e un appello alla chiusura di tutte le moschee. Ebbene, proprio la replica di Spataro, che mescola e sovrappone la valutazione prettamente giuridica – che legittimamente gli compete – con esplicite posizioni ideologiche e politiche – che non dovrebbero appartenere a un magistrato nell’ esercizio delle sue funzioni -, conferma la fondatezza della mia denuncia.

Consapevolmente o meno, Spataro assume come verità dei luoghi comuni e dei pregiudizi. In primo luogo l’irnmaginare che l’imam, che è un semplice funzionario ma non un’ autorità religiosa, sarebbe il rappresentante di una «comunità islamica» che fa perno sulla moschea, e che, di conseguenza, condannare un singolo imam corrisponderebbe a criminalizzare tutti i musulmani. La verità è che l’insieme dei musulmani non forma una «comunità» e che in Italia il 95% dei musulmani non si riconosce nelle moschee controllate in maggioranza da estremisti e terroristi. In secondo luogo, Spataro immagina una concezione reattiva, non aggressiva, del terrorismo islamico globalizzato. E immagina che esso possa essere sconfitto «con gli strumenti della legge», così come sarebbe avvenuto con il terrorismo brigatista in Italia. Ebbene, se, da un lato, è del tutto improprio il paragone tra il terrorismo di Renato Curdo e quello di Osama Bin Laden, dall’altro Spataro dimentica che comunque le Brigate rosse furono sconfitte solo grazie alle leggi speciali, ai corpi speciali e alle carceri speciali. In terzo luogo, Spataro immagina che i terroristi islamici sarebbero soltanto delle «mele marce», mentre sono parte integrante di una filiera in cui i cosiddetti «fondamentalisti non violenti», da lui difesi, sono la scintilla che innesca il letale processo dell’ideologia di odio, violenza e morte. La storia recente attesta che il terrorismo islamico è divampato solo dove i Fratelli Musulmani, i wahhabiti o i salafiti sono riusciti a imporre il loro potere. Perché la vera arma del terrorismo non sono le bombe o gli esplosivi, bensì l’indottrinamento ideologico e il lavaggio del cervello che trasformano le persone in robot della morte. Ed è appunto questo il caso di Abu Imad.

Ciò che sembra non emergere dalla sentenza è la sua responsabilità nella morte di terroristi da lui formati nella moschea di viale Jenner, di cui si fanno i nomi, e nell’uccisione delle loro vittime. In Italia Abu Imad non è l’unico burattinaio del terrorismo in libertà. il fatto è che chi ha incarichi di responsabilità non vuole vedere, non vuole capire e soprattutto non vuole agire. Non sorprende pertanto che il nostro paese finisca per essere percepito come la Mecca degli estremisti e dei terroristi islamici, un porto franco dove si depongono le armi e non si commettono attentati, ma solo perché conviene per vincere la loro «guerra santa» che l’Italia esorcizza autoconvincendosi che non esista.

Ebbene, ora chiedo al magistrato Armando Spataro se, alla luce dell’iniziativa di Abu lmad di capeggiare l’occupazione di piazza del Duomo, facendovi confluire migliaia di manifestanti che «casualmente» si sono ritrovati lì nello stesso momento, «casualmente» avevano tutti con sé il tappetino della preghiera, «casualmente» si sono disposti con un ordine militare sco in modo da ricoprire la superficie della piazza fino a lambire il sagrato, costringendo il clero a chiudere i portoni del Duomo per evitare che potessero irrompervi, anche se così facendo hanno impedito ai fedeli cristiani di entrare ed esercitare il loro legittimo diritto al culto; se alla luce della denuncia fatta dal vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, per la «manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa e pratica religiosa al di fuori del luogo di culto»; se alla luce della denuncia inoltrata, tramite un rapporto del vicequestore Bruno Megale, di «resistenza a pubblico ufficiale» da parte dei manifestanti islamici che hanno forzato un cordone della polizia e ferito quattro agenti; se alla luce del fatto che i manifestanti islamici hanno pubblicamente bruciato delle bandiere israeliane, incorrendo nel reato previsto dall’ articolo 299 del codice penale per «offesa alla bandiera o altro emblema di uno Stato estero»; chiedo a Spataro se alla luce di tutti questi fatti che sono penalmente sanzionabili e che, anzi, avrebbero dovuto indurre la Procura a intervenire d’ufficio per l’obbligatorietà dell’azione penaIe, ma così non è stato, egli è ancora convinto di quanto disse nella sua replica al mio commento pubblicato sul «Corriere della Sera»: «Poiché i comportamenti illegali del condannato in questione risalgono a 6-7 anni fa e poiché vi sono anche elementi che inducono a ritenere che egli abbia ormai preso le distanze dal cd. terrorismo islamico, ben si spiegano sia l’entità della pena irrogatagli, che la scelta di non richiederne l’espulsione a pena espiata». È proprio sicuro Spataro che Abu Imad «abbia ormai preso le distanze dal cd. terrorismo islamico»?

Se così fosse, come spiega Spataro la decisione dell’Egitto, il paese natale di Abu Imad, che lo ha già ospitato nelle patrie galere, di impedirgli recentemente l’ingresso temporaneo per vIsitare la madre ammalata, rimandandolo in Italia dopo averlo trattenuto all’ aeroporto? Perché mai dovremmo noi italiani dare ospitalità, addirittura assicurargliela per tutto il resto della vita, a un terrorista islamico già condannato nel suo paese, condannato in appello da un tribunale italiano, e che il suo paese rifiuta di accogliere persino per ragioni umanitarie?

Il perché è molto semplice. Innanzitutto perché noi italiam, e quando dico «noi» intendo l’insieme della classe politica, della magistratura, del mondo intellettuale e accademica, il clero cattolico e gli esponenti di altre chiese, non abbiamo neppure l’onestà intellettuale, il coraggio umano e l’integrità etica che ci portano a chiamare costoro con il loro nome e cognome, vale a dire «terroristi islamici». Perché ci mostriamo ingenui, vili e ideologicamente collusi ricorrendo a eufemismi quali «estremisti islamici» o meglio ancora semplicemente «estremisti». I quali «cosiddetti terroristi islamici», o meglio ancora semplicemente «terroristiti», quasi a voler sdrammatizzare, sfatare o negare la realtà oggettiva e manifesta, come se non fosse vero che è nel nome di Allah, dell’islam e di Maometto che predicano l’odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei, indottrinano a un’ideologia maschilista, razzista e violenta, inculcano la fede nel «martirio» islamico profanando il valore della sacralità della vita, praticano il lavaggio del cervello trasformando i fedeli in bombe umane, ordinano loro di farsi esplodere in mezzo alla gente per massacrare il maggior numero possibile di «nemici dell’ islam».

I terroristi islamici si comportano in modo del tutto arbitrario e arrogante perché hanno la certezza di poter fare, più o meno, tutto quello che vogliono senza essere sanzionati. Anzi, lo fanno nella certezza di poter contare sulla comprensione di gran parte dei politici, intellettualì, accadernici e religiosi, e addirittura sul sostegno diretto ed esplicito degli estremisti di sinistra e di destra, nonché sulle frange dei religiosi che hanno sostituito il precetto dell’ «obbedienza» alla Chiesa con quello della «coscienza», che si traduce nell’ agire secondo la propria inclinazione ideologica. Ed è esattamente quello che è successo a Milano, a Bologna, a Genova, Roma, Torino, Venezia e Firenze.

Paradigmatico è stato il comportamento della Procura di Bologna. In un solo giorno, lunedì 5 gennaio 2009, la Procura ha aperto e chiuso il fascicolo – rimasto contro ignotisull’ occupazione di piazza Maggiore da parte di un migliaio di islamici organizzati dall’Ucoii. Per il pubblico ministero Luigi Persico, l’incontro che avrebbe dovuto essere di solidarietà ai palestinesi, era stato autorizzato dalla Questura e dal Comune. A suo avviso, l’incontro e il corteo si sono svolti nel pieno rispetto della legalità, anche se la manifestazione si è trasformata di fatto nell’ occupazione dello spazio antistante la basilica di San Petronio con 1’esibizione della preghiera collettiva islamica. Al riguardo si ammette che la preghiera non era stata preannunciata, ma che tuttavia il suo svolgimento non avrebbe rilievo sotto il profilo penale.

Per la Procura di Bologna, persino il rogo delle bandiere israeliane no sarebbe reato perché non sarebbero state regolamentari. È stato specificato che non può essere considerato reato l’ «abbruciamento» di quello che la Digos definisce soltanto un pezzo di stoffa su cui erano stati disegnati i simboli della bandiera israeliana, e di quello che per la Procura era «un drappo artigianalmente predisposto con un simbolo grafico» che deve essere ritenuto «un simulacro» e «un tentativo di emulazione». La tesi avanzata è che il reato, punito con l’articolo 299 del codice penaIe, si applica soltanto nel caso in cui l’oltraggio riguardi la bandiera ufficiale, proprio quella, e non qualcosa che semplicemente le assomigli. Non la pensa allo stesso modo il vescovo vicario di Bologna, rnonsignor Ernesto Vecchi. che, in un’intervista al «Resto del Carlino», ha detto: «Questa non è una preghiera e basta, è una sfida al nostro sistema democratico e culturale [mirante all’] islamizzazione dell’Europa. Se ne accorse il cardinal Oddi, tra i primi. E aveva buone fonti».

FONTE: M. C. Allam, EUROPA CRISTIANA LIBERA, Ed. Mondadori, pg. 101-114

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