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San Felice da Cantalice

“Buon figliolo” di Maria 

S. Felice da Cantalice: un santo felice che faceva quelli che l’avvicinavano. Era divertente nella sua mirabile semplicità francescana, e come sapeva nascondere la grandezza dei doni straordinari che aveva!

Questo santo spuntò come fiore di maggio, un fiore mariano. Nacque il 18 maggio, 1513, a Cittàducale. I genitori erano veramente esemplari, specie a quell’epoca e in quel paese considerato “covo degli assassini”.

Il piccolo Felice venne presto mandato a pascolare il gregge nei campi; e mentre il gregge pascolava, egli pregava davanti a qualche crocetta da lui stessa intagliata nelle cortecce degli alberi. Quanta sincera devozione in questo ragazzetto!

Ogni giorno a Messa

Fattori più grande, Felice andò a lavorare come garzone presso un padrone che si trovava vicino al paese. La Chiesa era vicina, e il pio giovane ne approfittava per partecipare ogni giorno alla S. Messa e alle funzioni. Quale ardente devozione in quel giovane operaio e quanta edificazione dava a tutti vederlo ogni giorno presso l’altare!

Una volta il padrone gli ordinò di non andare a Messa, per fare un lavoro urgente. Il giovane ubbidì; ma all’ora della S. Messa egli fu visto ugualmente in Chiesa, come gli atri giorni. Fu un miracolo di bilocazione, un prodigio con cui il Signore aveva premiato sia l’obbedienza che l’attaccamento di Felice all’Eucarestia.

L’aratro nel cuore

Intanto, si faceva strada nel suo cuore la chiamata di Dio. Una voce lo invitava a consacrarsi al Signore per servirlo nella maniera più santa. Il giovane, però, era indeciso. Gli sembrava di poter servire bene il Signore anche restando lì a fare il garzone. Ma il Signore non lo lasciò in questa convinzione sbagliata, e usò la maniera forte per fargli comprendere che lo voleva nel chiostro.

Un giorno, mentre Felice arava con i buoi, questi a un certo momento, spaventati, si voltarono per correre via e lo travolsero facendogli passare sul petto il vomere dell’aratro. In modo del tutto miracoloso egli uscì illeso, mentre avrebbe dovuto essere squarciato dall’aratro.

Allora comprese subito ogni cosa: si mise in ginocchio, ringraziò Iddio per lo scampato pericolo e promise di entrare presto in convento. L’aratro non aveva squarciati il suo petto, ma il suo cuore.

“Beneditemi, Regina mia…” 

Si recò nel vicino Convento dei Cappuccini. E fu accettato. il 18 maggio ricevette l’abito di San Francesco. Lo stesso giorno della nascita nel mondo. Felice nacque nell’Ordine Francescano: sempre nel mese mariano. Si vede che la Madonna lo seguiva passo passo.

Felice corrispondeva all’amore della Madonna comportandosi da figlio generoso e devoto. Per le strade di Roma, dove venne mandato, girò per trent’anni con la bisaccia sulle spalle. Sempre pieno di umiltà, si definiva “l’asino dei frati“. In realtà era non solo un gran lavoratore, generosissimo fino all’eroismo, ma anche un apostolo delle strade, un esempio vivente per chiunque lo vedeva.

Ogni mattina, prima di uscire, per più di trent’anni, si fermava dinanzi a un’immagine della Madonna, e la pregava così: “Cara Madre, vi sia raccomandato il vostro miserabile fra Felice, io bramo amarvi come un buon figliolo, e Voi da buona Madre non ritirate da me la vostra mano pietosa: poiché io sono come quei pargoletti che da sè non possono dare ancora un sol passo: se la madre li lascia, facilmente cadono. Beneditemi, Regina Mia, cara Vergine addio”.

“Occhi a terra, corona in mano…” 

Questa era la massima di S. Felice nel suo questuare per le strade, di porta in porta: “Occhi a terra, corona in mano, mente in cielo”. Com’era edificante vedere quest’umile fraticello, barba bianca, piedi nudi e tonaca tutta rappezzata! Assorta con la “mente in cielo“, camminava sempre modesto, sfilando continuamente i grani del Rosario nella recita dolce delle Ave Maria.

Questa massima S. Felice l’ha praticata per tutta la vita, edificando e predicando in misura veramente grande. Per pregare, del resto, non avrebbe avuto altro tempo. Dovendo girovagare tutto il giorno per raccontare le elemosine per il Convento, doveva approfittare di ogni momento per pregare camminando;  e quella corona benedetta in mano gli serviva benissimo per questo.

Ma non si accontentava della preghiera durante il giorno. Sacrificava anche buona parte del sonno, pregando di notte in Chiesa. Terminava la giornata stanchissimo; ma erano molti che si erano raccomandati alle sue preghiere per le strade; ed egli voleva pregare per tutti. La notte, in Chiesa, all’altare della Madonna col Bambino, pregava per tutti strappando grandi grazie per gli altri, mentre lui veniva riempito di consolazioni celesti.

Cinque rosse, una bianca 

La devozione alla Madonna era tanto grande in S. Felice, che non poteva fare a meno di parlare della Madonna ogni volta che poteva. Non si stancava mai di raccomandare la devozione a Maria. Ai bambini insegnava i dolci nomi di Gesù e di Maria; alle giovani indicava Maria come modello di purità; alle madri come Madre amorosissima.

A chi chiedeva come facessero a parlare così bene, egli rispondeva di essere un povere ignorante che si contentava di conoscere solo sei lettere, cinque rosse e una bianca: le lettere rosse sono le cinque Piaghe di Gesù Crocifisso, la lettere bianca è l’Immacolata; e raccomandava agli altri di pregare per lui, affinché Gesù e Maria gli facessero tacere bene in mente e nel cuore quelle sei lettere, per studiarle a fondo e capire sempre meglio giacché esse solo gli bastavano.

Questa è la vera sapienza dei semplici, dono di Dio come ha detto Gesù (Lc. 10, 21).

“Rosella… bella… verginella”

S. Felice aveva modi tutti suoi per manifestare il suo grande amore alla Madonna e per farla amare agli altri. Tra l’altro, componeva poesiole e canzoncine, deliziose per la semplicità delle immagini e del linguaggio popolare che adoperava, insegnandole ai bambini e ai grandi per allietarli.

Una di quelle canzoncine diceva:

“In questa nostra terra

è nata una Rosella.

Oh quanto è bella

Maria Verginella!”

Parole più semplici non si potrebbero trovare. Ma quanto dolci e calde per lodare Colei che è la “Rosa mistica“, “Bella come la luna, fulgida come il sole” (Ct. 6, 9)

“Per amore di Maria”

Un ebreo sentiva parlare della bontà eccezionale di S. Felice; ma, per convincersi, volle sincerarsi di persona, mettendolo alla prova, alla prima occasione.

Un giorno incontrò S. Felice che chiedeva l’elemosina di porta in porta. Si avvicinò al Santo e gli chiese un pezzo di pane. Fra Felice rispose subito: “Ben volentieri ti dò una pagnotta, purché me lo domandi per amore di Gesù Cristo”.

A tale proposta l’ebrei ebbe un moto di reazione e disse: “Oh questo no; non lo farò mai anche a costo di morir di fame; piuttosto te lo domando per amore di Maria sua Madre”.

S. Felice non volle sentir altro, ed esclamò con grande tenerezza: “Ah, cara Madre, Regina mia dilettissima! Si, sì, per amore di Maria non posso negarti la carità che mi domandi”.

A queste affettuose espressioni l’ebreo rimase molto commosso, e insieme all’elemosina accettò volentieri anche i buoni avvertimenti di S. Felice

La Madonna gli dà Gesù

Una notte in prossimità di Natale, meditando sul dolce mistero della Natività di Gesù, S. Felice pregò con insistenza la Beata Vergine perché gli facesse vedere il Bambino Gesù, così com’Ella l’aveva partorito in quella Notte Santa.

La Madonna lo accontentò e gli apparve con il Bambino fra le braccia. Ma non glielo fece soltanto vedere. Glielo posò anche in grembo. Poco mancò che S. Felice non morisse di gioia in quello stesso momento! Ebbe solo la forza di esclamare con impeto incontenibile: “Oh, oh, oh Dio, amor mio, caro Figlio di Maria! Oh, bello Infante! Oh grazioso Bimbo Gesù mio e perché vi siete staccato così presto dal seno del vostro povero Fra Felice? Perché lasciarmi ancora in questo mondo? Perché non portarmi con voi in Paradiso? Vi benedico, Signore mio, Bambino di Betlem, parto della Vergine, vi benedico e vi ringrazio. Madre purissima del mio Salvatore, Maria signora e diletta Madre mia, ringrazio della carità fatta al vostro misero servo ed indegno figlio. Ora non ho più che bramare in questa vita: contentami, Gesù mio: ordinate che io muoia e ora morrò contento”.

Dopo aver visto Gesù e la Divina madre che cosa si può desiderare se non di lasciare questa terra di esilio, e andare subito con loro?

“Vedo la Madre del mio Salvatore”

Questa volta l’asino caduto non si rialza più”. Con queste parole S. Felice fece capre a tutti che era la fine dei suoi giorni. Era caduto ammalato gravemente.

I frati fecero di tutto per averlo ancora fra loro, curandolo amorevolmente. Ma era l’ora del passaggio al Regno dei Cieli.

Il 18 maggio 1587, S. Felice superò gli ultimi assalti del demonio e tutto raggiante tendeva le braccia in alto con il volto agonizzante rapito in estasi. Al confratello che gli chiedeva che cosa vedesse egli ripose: “Vedo Maria del mio Salvatore con molti angeli intorno”.

Così spirò beatamente. Era lo stesso mese e lo stesso giorno della sua nascita terrena e della sua vestizione religiosa tra i figli di S. Francesco.

Egli che aveva cantato con tanta passione l’amore alla “Bella Rosella”, è nato ed è morto nel mese mariano, il mese di maggio, il mede delle rose.

FONTE: I Santi e la Madonna, ©Ed. CasaMariana, vol. 3

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