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Vocazione missionaria

Negli Atti degli Apostoli, leggiamo che una volta S. Paolo in una visione notturna vide un pagano ma­cedone che gli gridò: «Venite fino a noi e aiutateci!» (At 16,9).

Dalle terre di missione, dai popoli pagani, dalle genti infedeli, noi cristiani dovremmo costantemente sentirci arrivare quello stesso grido: «Venite fino a noi e aiutateci!».

Essi hanno diritto di chiamarci, perché a noi è stato comandato dal Signore di andare da loro: «An­date in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti…» (Mc 16,15). E la Chiesa non si stanca di esortare a rispondere con generosità alla chiamata di Dio che spinge ad andare a «far conoscere Cristo do­ve non è ancora conosciuto e piantare la Chiesa dove ancora non esiste» (Ad Gentes, 6).

Purtroppo anche in questo caso le chiamate del Signore molto spesso cadono nel vuoto, non sono ascoltate, non vengono corrisposte.

Una volta S. Francesco Saverio, dopo aver predi­cato ai giapponesi sull’immenso amore di Dio nel do­narci il suo Unigenito Figlio, sentì farsi questa grave obiezione: «Come mai Iddio, se è così buono come tu dici, ha aspettato tanti anni a farci conoscere i misteri del Cristianesimo?».

A questa domanda, S. Francesco Saverio gemette nel cuore, poi si fece coraggio e rispose: «Volete saperlo?… Ecco: Iddio aveva incaricato molti cristiani di venire ad annunziarvi la Buona Novella; ma molti di essi non hanno voluto obbedire…».

E’ proprio così. Noi lo sappiamo bene: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e conoscano la verità» (1 Tim 2,4), e per questo non può mancare di chiama­re gli annunciatori del Vangelo a salvezza dei fratelli senza fede, e anzi, le sue chiamate non possono essere che sovrabbondanti, perché, come dice S. Giovanni Crisostomo, «nessuna cosa sta tanto a cuore a Dio, e nessuna gli fa più piacere quanto la salvezza delle anime».

Molti chiamati, però, «non hanno voluto obbedi­re», disse con tristezza S. Francesco Saverio. E que­sta disobbedienza è gravida di responsabilità.

La vocazione missionaria è una delle più alte vo­cazioni della Chiesa. E paragonata, giustamente, al martirio, ed è in sostanza una vocazione al martirio. Basti pensare, ad esempio, ai missionari martiri nel Marocco, nel Giappone, nelle Filippine, in Turchia, in Uganda… E se oggi è meno facile essere martirizza­to, la vocazione missionaria, però, conserva sempre l’aspirazione e la disposizione all’immolazione totale, il missionario può sempre ripetere con S. Paolo: « io sarò speso tutto per le anime vostre» (2 Cor 12,15), disposto anche a morire da solo su un’isola, come S. Francesco Saverio; o a reclinare il capo su una pietra come S. Giustino De Jacobis; o a essere strangolato come i Beati Francesco Clet e Gabriele Perboyre; o a essere crocifisso, come i martiri del Giappone; o a essere decapitato per mano dei tagliatori di teste delle Filippine o come il B. Teofano Venard, nel Tonchi­no…

La vocazione missionaria è la vocazione degli ar­diti, dal cuore grande e coraggioso, di fede intrepida e incrollabile, perché il Regno dei cieli si conquista e si fa conquistare con la forza! (Mt 11,12).

Per questo è anch’essa una vocazione di elezione e non è di tutti, anche se il problema missionario è un problema che deve interessare tutta la Chiesa, «luce e salvezza delle genti».

In ogni tempo, dopo gli Apostoli, la Chiesa ha avuto grandissimi missionari che hanno evangelizzato interi popoli e nazioni, come S. Remigio che evange­lizzò la Francia, S. Martino la Svizzera, il monaco S. Agostino l’Inghilterra, S. Bonifacio la Germania, i Santi Cirillo e Metodio la Boemia e l’Illiria, S. Adal­berto la Russia e la Polonia, senza dire dei grandi Santi laici che aiutarono l’evangelizzazione, come S. Stefano per l’Ungheria, S. Venceslao per la Boemia.

In seguito, gli Ordini e le Congregazioni religiose, dai Francescani in poi – con S. Francesco per breve tempo in Siria; con S. Antonio di Padova che non poté raggiungere la Mauritania, per un naufragio – hanno mandato missionari in ogni continente, dall’A­frica, all’Asia, dal medio all’estremo Oriente, con fi­gure splendide di primo piano come quelle più recenti di P. Damiano Veuster, apostolo fra i lebbrosi nelle isole Molokai, il Card. Massaia, S. Giustino De Jaco­bis, il B. Daniele Cornboni, e tanti altri.

Bisognerebbe leggere gli Annali della Fede o delle Congregazioni Missionarie per conoscere qualcosa dello sforzo missionario della Chiesa, con episodi spesso commoventi, a volte eroici e magari incredibili. Ricordiamo, ad esempio, la richiesta che la Fon­datrice delle Suore Francescane Missionarie di Ma­ria, Suor Maria della Passione, fece a tutte le sue Suore, di mandare nei lebbrosari della Birmania un gruppetto di sei Suore. Chi si offriva?…

Oltre mille Suore risposero all’appello, desidero­se di partire! Mille cuori nobili e generosi. Fu una consolazione immensa per la Fondatrice, che mise in­sieme quelle mille risposte, e ripeteva spesso: «E’ il mio libro d’oro!».

Si legga ora questa stupenda lettera di un missio­nario morto martire nell’Amman, il B. Teofano Venard. Scrive qualcosa delle sue incredibili vicende al­la sorella Melania, poco tempo prima del martirio.

«Mia diletta sorella, quest’anno abbiamo avuto un’inondazione straordinaria. L’acqua è entrata nel­la mia casa fino all’altezza d’un piede. Ho veduto pe­sci, rospi, rane, granchi, serpenti, trastullarsi nella mia stanza, mentre io stavo seduto sopra alcuni assi, sollevati di tre o quattro centimetri sull’acqua…

Tu fremi di sicuro, sorella mia, ma devi sapere che c’è stato di peggio: i topi sono venuti a dormire sulla mia stuoia, e una notte ne schiacciai disgraziata­mente uno; il poverino mi ha fatto sobbalzare, ma mi ha anche salvato da un gran pericolo, perché nello smuovere la coperta, ho scoperto una vipera velenosa a strisce bianche e nere, che, senza far rumore era sa­lita sul mio lettino, accovacciandosi proprio nell’an­golo, dove io allungavo i piedi… » .

Questa breve lettera è un magnifico saggio delle vicende, dei rischi, delle avventure, dei timori e delle grazie del missionario. Non si può fare a meno di commuoversi di fronte a questi arditi dell’amore di Cristo che sembrano giocare a ogni passo con la mor­te e con la gloria del martirio, per salvare le anime dei fratelli. Di quale sublime grandezza essi hanno aureo­lato la vocazione missionaria!

Eppure, la nota triste che risuona nella Chiesa, oggi ancora più di ieri, è questa: i missionari sono po­chi, troppo pochi, e stanno diminuendo, anziché au­mentando! Con grande amarezza, nell’Anno Santo 1975, il papa Paolo VI si lamentava del «fenomeno doloroso, che è da qualche tempo sotto gli occhi di tutti. Intendiamo il diminuito numero delle vocazioni missionarie, che si verifica proprio nel momento in cui più necessario è l’apporto di forze nelle nostre missioni… ».

Risuonano tanto più opportune e drammatiche oggi le gravi parole che il papa Pio XI, il Papa delle Missioni, rivolse una volta ai Dirigenti delle Opere Missionarie Pontificie: «Un grande – disse il Papa – che, durante l’ultima guerra occupava un posto non di altissimo comando, ma di una certa responsabilità, con molti uomini ai suoi ordini, ebbe a dirmi: “Lei non può immaginare che pena, che desolazione, che quasi disperazione dover comandare degli uomini, portarli avanti, sapendo che non si può avanzare, perché mancano le munizioni, manca l’attrezzatura, perché la produzione che dà il paese non è sufficien­te …”.

Di queste frasi, dette con terribile realtà di san­gue e di morte, mi rimane la più penosa impressione che si rinnova ogni qualvolta mi viene ricordato quel colloquio. Orbene: da esso bisogna trarre un insegna­mento. Che cosa vi può essere di più penoso, di più tragico, per il Missionario che deve arrestarsi o retro­cedere, perché mancano le risorse? …».

Bisogna scuotersi, una buona volta. Se si è cri­stiani, bisogna farsi coscienti del grave problema mis­sionario. Ci sono masse sterminate di uomini da evan­gelizzare, da nutrire con il pane della verità e della vita eterna, ma «non c’e chi glielo spezzi» (Lam 4,4). E necessario pregare molto. «La messe è molta, gli operai sono pochi. Pregate il Padrone della messe perché mandi operai alla messe» (Lc 10,2). È urgente supplicare il Signore perché voglia donare molti mis­sionari alla sua Chiesa.

Se poi si è chiamati da Dio alla vita missionaria, non si faccia i sordi, non ci si tiri indietro, non si ri­fiuti una vocazione sublime, tutta forza e sangue d’a­more divino.

E non si dica che la prima missione è quella da fa­re nel proprio paese. Si pensi, piuttosto, che neppure il cinque per cento di tutte le forze della Chiesa sta operando all’evangelizzazione di miliardi di non cri­stiani. E inconcepibile, perciò, che si possa arrivare a sottrarre anche una sola vocazione al piccolo gruppo dei missionari impegnati a salvare i quattro quinti dell’umanità, mentre una sola quinta parte degli uo­mini è curata da quasi mezzo milione di sacerdoti!

Diceva bene S. Francesco Saverio nel suo appello ai giovani universitari: «Come vorrei giungere alle università di Parigi e della Sorbona per fare conosce­re a tanti uomini più ricchi di scienza che di zelo, il grande numero di anime che, per loro negligenza, so­no prive della grazia e forse vanno all’inferno. Sono milioni di infedeli che forse si farebbero cristiani se ci fossero missionari».

Ricordiamo le accorate parole di Gesù: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche quelle de­vo condurre, perché si faccia un solo ovile con un so­lo Pastore» (Gv 10,16). Meditando su queste parole di Gesù si comprendono tutti gli eroismi dei missiona­ri, si comprendono le aspirazioni di fuoco dei due ce­lesti Protettori delle Missioni: «Salpare per mari infi­di, salvare un’anima e poi morire!» (S. Francesco Sa­verio); «Vorrei essere stata missionaria dalla creazio­ne del mondo, e continuare ad esserlo fino alla consu­mazione dei secoli» (S. Teresina).

Giovane che leggi ascolta e medita. Non avverti la grandezza di una vita consacrata alla salvezza dei fratelli infedeli? Se fossi tu al loro posto, quanto bra­meresti l’arrivo e l’incontro con un missionario che annunci la Buona Novella! Eppure, forse il Signore ti chiama, ma tu non rispondi, e preferisci essere un cristiano «disoccupato», anziché andare a lavorare nella vigna del Signore (cfr Mt 20,1ss).

Rifletti nel tuo cuore. Sta attento a queste splen­dide parole di Gesù, che possono valere come ultimo richiamo proprio a te e a molti giovani come te: «Al­zate i vostri occhi e mirate i campi che già biondeggia­no per le messi» (Gv 4,35).

Fonte: VIENI E SEGUIMI, Padre Stefano M. Manelli

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