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Commento al Vangelo della XVIII Domenica TO 2015

Gesù si annuncia Pane della vita

Fattosi giorno, cominciarono le ricerche di Gesù su per il monte. Il popolo, infatti, aveva notato la sera che sulla riva v’era una sola barca, e che in essa erano entrati i soli apostoli quando s’erano allontanati; Gesù dunque, pensavano tutti, doveva essere in quei dintorni. Essendo riuscite vane le ricerche, ridiscesero alla riva, dove frattanto erano giunte molte barche da Tiberiade, e saliti in esse si avviarono verso Cafarnao, dove supposero che Gesù fosse andato a loro insaputa. Infatti lo trovarono là e, sorpresi, gli domandarono: Maestro quando sei venuto qui?

Evidentemente non tutte le turbe erano riuscite a prender posto nelle barche, e quindi il numero di quelli che giunsero a Cafarnao fu ristretto. Attraversarono il lago i più audaci e i più entusiasmati dal miracolo che avevano visto, e per questo domandarono a Gesù quando e come era giunto in quel luogo, supponendo che fosse stato per un altro miracolo.

In questa domanda, psicologicamente e sottilmente si manifestava il loro spirito interessato, perché è spontaneo, in chi ha ricevuto un beneficio materiale e ne spera altri, interessarsi della persona che glielo ha fatto, ed avere per lei parole di complimento. In quella domanda: Quando sei venuto qui? C’era un senso di stupore, di premura, e anche di subcosciente adulazione, un sentimento tutto materiale e naturale che prescindeva da Gesù come vero Messia, e lo riguardava come uno capace di fare cose sorprendenti per iniziativa naturale.

Gesù rispose: Voi mi cercate non per i miracoli che avete visti, ma perché avete mangiato i pani e ve ne siete saziati. E voleva dire: Voi non mi cercate per i miracoli, vedendo in essi un segno chiaro della mia missione, ma perché vedete in essi solo un mezzo per avere dei benefici corporali. Considerate il miracolo più come un prestigio, come un segno di attitudine nel governare il popolo, come una manifestazione di genialità, anziché come un segno divino di un’opera divina di redenzione. Procuratevi non quel cibo che passa soggiunse Gesù –, ma quello che dura sino alla vita eterna, il quale sarà dato a voi dal Figlio dell’uomo, poiché in Lui impresse il suo sigillo il Padre Dio. Escludete da me che io sia venuto per occuparmi delle vostre necessità temporali; se vi ho nutriti non l’ho fatto per darvi un pane materiale, ma per attrarvi al Pane spirituale che dona la vita eterna. Il miracolo fatto non è stato l’inizio di una serie di benefici corporali, ma un segno e un sigillo di Dio Padre per confermare la mia missione redentrice.

Il popolo interpretò le sue parole come un rimprovero alla negligenza nell’osservanza dei riti legali, domandò che cosa dovesse fare per osservarli e compiere così le opere di Dio. Non capì che sorgeva un’era nuova di grazie che i riti e le figure si compivano nella Realtà, e che la Realtà di tutta la Legge era Gesù stesso, Salvatore del mondo. Non capì che, per compiere davvero le opere di Dio, bisognava riguardare Lui solo che in esse era annunciato e figurato e, poiché Egli era già venuto e stava con loro, bisognava credere in Lui come il mandato da Dio. La Legge, infatti, anche prima della venuta di Gesù Cristo, non aveva valore che per la fede nel futuro Messia; ora che il Mandato da Dio era venuto, la Legge doveva mutarsi tutta in un atto di fede in Lui.

Il popolo capì che Gesù lo esortava a credere in Lui e, con incoscienza pari all’ingratitudine, gli disse: Quale miracolo fai tu perché noi vediamo e crediamo? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come sta scritto: diede loro a mangiare il pane del cielo. Non terminarono la frase, ma volevano dire: Tu che cosa ci dai di perenne nella nostra vita, come segno della tua missione? È stupefacente questa pretesa della turba! Non era essa andata con entusiasmo dietro a Gesù perché vedeva i miracoli che faceva per quelli che erano infermi? E non aveva il giorno prima mangiato un pane miracoloso, tanto da correre a Lui per proclamarlo re?

L’ingratitudine e l’incoscienza di quella gente giungeva dunque a tanto da reclamare miracoli quando ne aveva visti e ne vedeva tanti?

È evidente da questo che il popolo riguardava i miracoli visti solo da un punto di vista utilitario, e non li approfondiva per quello che significavano; per esso quei prodigi erano fatti da un uomo e da un profeta singolare, ma non giungeva a persuadersi profondamente che quel profeta fosse il Messia; l’entusiasmo suscitato da un prodigio era superficiale, e la fede del cuore era come un fiocco di neve primaverile che cadendo si liquefa.

Quando Gesù disse esplicitamente che si doveva credere in Lui come Colui che Dio aveva mandato, il popolo credé di trovarsi innanzi ad un fatto nuovo, ad un problema arduo, ad una proclamazione che non poteva accettare senza miracoli, fatti per dimostrarne la verità, sembrandogli che il Messia avesse dovuto mostrarsi almeno alla pari di Mosè, per condurre la nazione in una nuova via di gloria.

Anche in questa pretesa del popolo c’era una concezione tutta materiale del Messia, perché esso credeva che il Messia dovesse essere un condottiero come Mosè, e dovesse guidarlo con prodigi continui alla riscossa dal giogo romano, come Mosè aveva guidato i suoi padri alla riscossa dal giogo egiziano. Gesù Cristo rispose con profondità degna di Lui, mostrando in sé il compimento della grande figura profetica di Mosè e della manna, ed esclamò: In verità, in verità vi dico: non Mosè diede a voi il pane del cielo, ma il Padre mio dà a voi il vero pane del cielo. Poiché pane di Dio è Colui che è disceso dal cielo e dà la vita al mondo.

La manna che aveva dato Mosè non era il vero pane del cielo, ma ne era solo una figura; non era nutrimento dell’anima ma del corpo, non donava la vita eterna, ma sosteneva per poco quella temporale. Gesù Cristo era venuto dal cielo in terra per sostenere la vita spirituale di quanti avrebbero creduto in Lui, e per sostenerla incorporandoli a sé e diventando loro vita soprannaturale. In questo senso, Egli poteva chiamarsi loro pane, perché li nutriva con la parola della verità, e voleva diventare loro cibo vero col dono ineffabile dell’Eucaristia.

Adamo ed Eva erano stati nutriti dalla menzognera parola di satana, avevano colto e mangiato il frutto proibito, ed erano caduti nella morte spirituale ed in quella corporale; Gesù Cristo, novello Adamo, voleva nutrire i suoi nuovi figli con la parola di verità che doveva elevarli al Padre, e darsi come frutto di vita dall’albero della croce, dandosi come Vittima immolata e come Cibo di vera vita.

Sentendo parlare di pane di vita e di pane che dà la vita al mondo, il popolo che aveva fresco il ricordo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, prese la frase in senso tutto materiale, e credé che Gesù volesse rinnovare quel miracolo; perciò esclamò con premura: Signore dacci sempre un tal pane.

Il Redentore li disingannò subito, aggiungendo che il Pane di vita che voleva dare era Lui stesso, un pane che avrebbe saziato l’anima non il corpo, e che avrebbe estinto la sete della cupidigia e delle passioni con la prospettiva dei beni eterni, nella luce della fede; un pane che, essendo un mistero di fede, avrebbe nutrito l’anima con l’atto di fede più bello, quello di credere senza vedere. Voi poi – soggiunse Gesù –, avete visto i miracoli che ho fatti, e non mi credete, perché, come già vi ho detto, cercate il vostro benessere materiale; volete vedere per credere, e siete tanto lontani dal credere, perché il vedere non è più fede.

Gesù Cristo, dunque, come appare chiaramente dal contesto, chiamandosi Pane del cielo e cominciando a parlare dell’ineffabile Dono che voleva dare, vi mette come fondamento la fede, una fede che crede senza vedere, una fede non sostenuta dai miracoli esterni, ma piena e completa nel più grande miracolo di amore nascosto. Diremmo quasi che era la prova a cui Dio sottoponeva l’uomo nella nuova Legge.

Adamo ebbe come prova la proibizione di un frutto bellissimo, la cui privazione esigeva un atto pieno di fede alla Parola di Dio; quel frutto non manifestava, nel suo aspetto e nel suo gusto, nulla che fosse nocivo e mortale, anzi, era bello e dilettevole; eppure l’uomo, credendo a Dio, doveva privarsene.

Il Signore diede all’uomo redento e rigenerato la prova opposta: un frutto di vita e d’amore che non ha nessuna manifestazione esterna né di bellezza né di gusto, un frutto che dev’essere colto con un atto di fede piena nella parola del Redentore.

Adamo credé non a Dio ma alle apparenze del frutto, lo mangiò e cadde; l’anima nell’Eucaristia non crede alle apparenze ma alla parola di Gesù, crede e riceve la vita. La sua prova è quotidiana, il suo Eden è la Chiesa, il suo albero di vita è l’Eucaristia, il suo frutto è Gesù nascosto dai veli del pane e del vino.

Don Dolindo Ruotolo; Gv 6,24-35

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