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Commento al Vangelo: IV Domenica del TO 2015 B

La dottrina di Gesù. L’indemoniato

Dopo la chiamata dei primi quattro apostoli, Gesù andò in loro compagnia a Cafarnao, ed essendo giorno di sabato, entrò nella sinagoga e cominciò ad insegnare. Tutti rimanevano stupiti della sua dottrina – dice il Sacro Testo –, perché Egli insegnava come uno che ne aveva l’autorità, a differenza degli scribi che si rimettevano a ciò che insegnava la Sacra Scrittura, appoggiandosi alla sua autorità. Gesù Cristo annunciava un nuovo patto fra Dio e l’uomo, e spingeva le anime alla ricerca della Verità eterna, parlando come uno che agiva per una precisa missione divina, mentre gli scribi si limitavano a citare Mosè, e si trattenevano a parlare minutamente solo di usi e di prescrizioni esterne che attanagliavano lo spirito, anziché spingerlo al Signore.

Gesù Cristo parlava con autorità, e la sua parola si appoggiava a Lui stesso, Verbo eterno di Dio ed eterna Verità, suscitando nelle anime una grande pace e un immenso desiderio di Dio, ciò che non producevano gl’insegnamenti degli scribi. Lo stupore che provavano quelli che lo ascoltavano non era poi una sterile ammirazione, ma proveniva da una grande vita interiore che sbocciava sotto il calore della sua grazia e nei raggi della sua bontà.

La parola di Gesù era luce a se stessa, perché veniva dalla sfolgorante fonte della sua infinita sapienza.

Satana tentò di oscurare questa luce, e finse di volerla glorificare, sostituendo la propria testimonianza tenebrosa a quella della Verità per essenza. C’era, nella sinagoga, un uomo posseduto dal demonio, il quale, ascoltando Gesù che predicava, gridò: Che abbiamo noi a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a perderci? Io so chi sei tu, il Santo di Dio.

Satana voleva sostituire alla fede che la divina Parola suscitava nei cuori, la fede nella propria parola; voleva che avessero riconosciuto Gesù per Messia non per la testimonianza della divina verità, ma per la propria tenebrosa testimonianza, perciò non ebbe ritegno di dichiararsi estraneo al Signore, di mostrarsi terrorizzato di Lui, e di proclamarlo il Santo di Dio, cioè il Messia. Se il popolo l’avesse ascoltato, avrebbe creduto non per la divina autorità che si svelava, ma perché l’aveva detto satana. Per questo Gesù gl’impose di tacere e gli comandò di lasciare l’infelice che tormentava.

A primo aspetto sembra strano che il Signore abbia imposto silenzio a satana che lo proclamava Santo di Dio; ma la fede, come tale, non può appoggiarsi che sull’autorità di Dio che rivela, perché è assenso della ragione e dedizione della volontà a Lui per amore; qualunque altra testimonianza della verità non fa sorgere in noi la fede, ma tutt’al più uno sterile consenso a quello che sembra autorevole e sorprendente.

Satana ripete il suo triste gioco nello spiritismo, quando dai tavoli parlanti mostra di avere terrore della divina maestà e conferma la verità della fede; gli spiritisti vanno in giolito a quelle affermazioni, sembrando loro un argomento irrefutabile della bontà delle loro pratiche superstiziose, e non si accorgono che partono dal tavolino, credendo a satana più che a Dio, e che credono con un senso di sterile spavento che spegne in loro ogni scintilla d’amore.

Satana si mostrò per quello che era quando abbandonò il poveretto che ossessionava; egli, infatti, lo straziò, e uscendo da lui urlò forte come belva ferita; non poteva dare che tormenti, essendo spirito infelicissimo, e non poteva che urlare, non portando mai pace. Gesù Cristo, cacciandolo con piena autorità negli abissi con una sola parola, si manifestò Re potentissimo, tanto che le turbe rimasero stupefatte e, piene di gioiosa ammirazione, divulgarono in breve il fatto per tutta la Galilea.

Don Dolindo Ruotolo, Mc 1,21-28

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