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Commento al Vangelo: Santa Messa Veglia Pasquale 2014

La risurrezione di Gesù

Le pie donne che avevano seguito Gesù non avevano potuto rendergli gli onori funebri, perché la sepoltura era stata affrettata nell’imminenza del sabato.

Appena passato il giorno di festa, perciò, si avviarono al sepolcro per imbalsamare il Corpo. San Matteo nomina soltanto Maria Maddalena e l’altra Maria, cioè Maria, moglie di Cleofa e madre di Giacomo e di Giuseppe, perché la prima precedé le altre e andò sola, e la seconda fu quella che accompagnò il gruppo delle pie donne. È evidente che esse non sapevano che al sepolcro era stata posta una guardia, e si preoccupavano solo della difficoltà di rimuovere dal sepolcro la pietra che lo chiudeva.

All’alba del terzo giorno Gesù era risorto dalla morte! La Persona divina, terminandone l’Anima e il Corpo, aveva richiamato l’Anima nel Corpo, dotandola di una vitalità intensa e di una straordinaria potenza vivificatrice. Si direbbe che, come il calore ridesta la vita nelle assonnate fibre di una pianta, così la divina Persona del Verbo ridestò, col suo calore divino, la vita nel Corpo ucciso, attraendo in esso l’Anima come raggio vivificante. L’Anima richiamò a sé tutto quello che essa aveva vivificato e riassunse il Sangue sparso e tutto quello che la ferocia dei carnefici aveva tolto al Corpo, rendendolo, così, nuovamente atto alla vita.

Fu un momento solenne, del quale furono testimoni solo gli angeli, attoniti innanzi al virgulto di Iesse che rifioriva. Il Sangue riassunto, attratto da una misteriosa forza e rivivificato dal calore divino della vita, s’immise nelle vene e le vene si riaprirono, rifatte nei loro tessuti e nella loro compagine. Un fiotto di vita rifluì nel Cuore, e il Cuore si ridestò e fece rifluire il Sangue in tutte le membra, ricomponendone i muscoli e ridonandole alla vita. Sparirono ad una ad una le piaghe, come spariscono le ombre innanzi alla luce del sole, o come vengono divorate dalla fiamma le macchie dell’umidità.

Rimasero solo le cinque piaghe principali, perché l’amore le volle conservare come monumento d’amore.

Il Sangue, nel rifluire, circolò intorno ad esse e vi lasciò uno splendore divino; non le chiuse ma le aprì come boccioli tinti di rosa, e la vita vi si manifestò come raggio che saettava amore dal luogo dove la morte era passata prima vittoriosa e poi vinta. Era il trionfo della vita che manteneva aperta la breccia che aveva fatta la morte, e l’arrestava trionfante sugli abissi da dove era uscita. La trasformazione del Corpo fu istantanea, e la carne non fu più mortale ma gloriosa, quasi aggregato di luci, di splendori, di profumi e di raggi di calore purificante. Le bende che l’avvolgevano, la caverna che la rinchiudeva e la pietra sigillata non potevano impedirle il passo, non era un fantasma né uno spirito, perché più tardi si fece toccare, era un Corpo trasfuso di gloria e di potenza, era la vita che aveva vinto la morte! Uscì dalle bende che invano l’avvincevano, e non le infranse neppure, tanto erano impotenti ad avvincerlo. Riaprì gli occhi splendenti d’amore, e non li fissò sulle anguste pareti della caverna perché essi guardavano il Padre. Il Cuore quasi affiorò sulle labbra, tanta era la vita d’amore che saettava, e sorrise, ringraziando il Padre. L’attrasse lo sguardo divino che si compiaceva di Lui e, nel bacio dell’amore, la sua divina Persona rifulse attraverso il Corpo come conoscenza e compiacenza del Padre, proprio come rifulgeva immutabilmente nel seno del Padre dai secoli eterni. Quel bacio d’amore attrasse il Corpo fuori della tomba, fuori della terra, e si trovò come sospeso in alto, in un’estasi d’amore. Nessuno lo vide, poiché nessuno aveva lo sguardo proporzionato a tanta magnificenza; lo circondarono quasi le stelle mattutine cantando, e discesero gli angeli osannando; discesero quasi come li vide Giacobbe per la scala misteriosa! Quale momento d’amore!

Le pie donne e l’angelo che annuncia la risurrezione

Giù sulla terra l’orizzonte s’imbiancava, e l’acre odore della notte che si diffondeva fra gli alberi ricordava che essa era terra d’esilio. Le piccole strade erano come nastri annebbiati, e v’era ancora soffusa la melanconia dell’immolazione del Golgota! Ecco la via dolorosa… Ecco la porta giudiziaria, ecco il Calvario… Che cosa illumina questi luoghi di lacrime che ancora par che risuonino delle grida efferate del venerdì? Non è l’alba che le profuma di pace: è il Redentore glorioso che illumina il cammino del dolore con la sua luce e lo rende cammino della vita. Alleluia! Alleluia! Questo canto risuonò su ogni zolla che fu bagnata dal Sangue della vita, e la via dolorosa divenne la via della gloria!

Le pie donne si trovarono innanzi al sepolcro un momento dopo la risurrezione e, proprio nell’atto nel quale un angelo discese dal cielo in compagnia di un altro, ruppe i suggelli, rovesciò la pietra pesante e vi si assise sopra. Le guardie sbigottite caddero a terra come morte per lo spavento, e le donne rimasero atterrite, non sapendo che cosa avvenisse.

Il terremoto che scosse la collina alla discesa dell’angelo le aveva già spaventate, e la presenza di esseri sovrumani le sbigottì, come suol avvenire in tutte le visioni soprannaturali; ma non ci voleva di meno per scuotere la loro morta fede, e per far riconoscere loro la verità delle parole dell’angelo. Esse erano venute per imbalsamare un morto, e avevano dimenticato la solenne promessa del Crocifisso. Se avessero avuto un annuncio pacifico, avrebbero più facilmente temuto d’ingannarsi; quei cuori avevano bisogno del maglio per essere scossi. L’angelo parlò loro: erano due angeli – come dice san Luca (24,4) –, ma uno solo parlò, esortandole ad annunciare ai discepoli la risurrezione, e a dir loro che avrebbero visto il Maestro nella Galilea. Al terrore era subentrato, nel loro cuore, un gaudio ineffabile, e corsero, per la premura di dare agli apostoli la lieta novella, quand’esse videro proprio Gesù che le fermò e le salutò. Non era un fantasma: era Lui, bellissimo, luminoso, trasfigurato, spirante dolcezza e misericordia. Esse gli si gettarono ai piedi, glieli strinsero, lo adorarono, e non sapevano più staccarsi da Lui. Gesù le trattenne per poco tempo; poi le esortò ad andare ad avvertire gli apostoli che Egli chiamò fratelli per ineffabile tenerezza, rinnovando loro il convegno nella Galilea. Non potevano bearsi della sua presenza quando dovevano riparare la loro mancanza di fede, richiamando gli apostoli alla fede nel Maestro divino. Esse avevano ancora nelle mani le bende e gli aromi che avevano portati per imbalsamare un cadavere, e dovevano portare, agli smarriti discepoli, l’annuncio glorioso che confermava la verità nei loro cuori. Era questa la testimonianza più bella d’amore che potevano dargli.

Gesù è risorto, primizia dei dormienti – come dice san Paolo –, perché anche noi risorgiamo un giorno nella gloria. Tutti passiamo sulla terra, e tutti ci dissolviamo nel sepolcro, ma la risurrezione di Gesù è la promessa che muta la morte in un sonno, e il sepolcro in un giaciglio. La Chiesa, con bellissima espressione, chiama precisamente dormitori, cœmeterii, i suoi camposanti. Pensiamo che risorgeremo così come ci saremo addormentati, e che la morte del peccatore non è promessa di risurrezione gloriosa, ma doloroso sintomo del Giudizio che lo ricoprirà d’obbrobrio.

Viviamo santamente, immolandoci con Gesù Cristo, perché, solo se soffriremo con Lui, saremo glorificati con Lui. Se potessimo vedere di quante macchie siamo coperti a causa del peccato, e se potessimo valutare le infezioni della nostra miseria, non ci stupiremmo di soffrire. Il dolore pone in noi il germe della trasfigurazione finale, poiché ci segna quasi delle piaghe di Gesù Cristo. Ogni pena lascia nel corpo una promessa di vita, come ogni falsa gioia e ogni degradazione di senso vi lascia un germe di vituperio e di condanna. I cattivi appaiono gaudenti, ma la loro prosperità è come la virulenza patogena che, prosperando, consuma la vita. Guarda il polmone di un tisico, e non troverai forse un vivaio simile di germi: si moltiplicano, si agglomerano; divorano tutto, e sembrano vittoriosi. Se guardi così il polmone, chiamerai prosperità quella germinazione; ma se guardi la faccia dell’infermo, e se lo consideri nelle sue pene, la chiamerai rovina. Tale è la prosperità temporale dei cattivi: moltiplicazione dei germi che consumano la vita! È più bello il dolore, è più bella la croce, poiché nel dolore si purifica l’anima e si vivifica di spirito la stessa carne che così viene preparata all’eterno trionfo.

Se Dio ci donasse la prosperità materiale come noi la desidereremmo, essa diventerebbe per noi come le spine che soffocano la vita della buona semente. Abbracciamoci la croce esultando, poiché essa è promessa di prosperità e di vita eterna; abbracciamoci alla croce abbandonandoci alla bontà di Dio, perdonando, beneficando, amando, come fece Gesù sul Calvario. Se non rifuggiamo dall’amarezza e dallo spasimo per la salute del corpo, perché dovremmo rifuggire dal dolore per la salvezza dell’anima? Cerchiamo solo la vita eterna, e non disdegniamo di rinunciare alle misere gioie della terra per ottenerne il possesso!

Don Dolindo Ruotolo, Mt 28,1-10

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