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Commento al Vangelo della XXVI Domenica 2014

I due figlioli e i cattivi vignaioli

I principi dei sacerdoti, cioè i capi delle 24 famiglie sacerdotali, e gli anziani del popolo, cioè i membri del sinedrio appartenenti al popolo, erano sommamente adirati nel vedere che Gesù insegnava, sembrando loro un arbitrio, e perciò gli si avvicinarono, domandandogli con quale potestà compiva quel ministero. Non glielo chiedevano per indagare, ma per dirgli, con quell’espressione, che egli usurpava un potere che non aveva. Gesù Cristo non avrebbe potuto rispondere loro che insegnava per propria divina autorità, perché essi ne avrebbero preso motivo per tacciarlo di bestemmia; non poteva venire a discussione con loro, perché erano mal prevenuti; Egli allora, per convincerli che erano mossi da malafede, disse che voleva prima da loro una risposta precisa sulla natura del battesimo di san Giovanni. Se avessero agito per vero zelo non sarebbero dovuti ricorrere a sotterfugi, ma dire apertamente la verità; essi, invece, risposero che non sapevano da dove provenisse il battesimo di san Giovanni, e Gesù, di rimando, disse che neppure Egli avrebbe detto loro con quale potestà operava.

Con delicata carità, volle richiamare la loro attenzione sulle vere disposizioni della loro coscienza, e su quelle della sinagoga, e volle indirettamente rispondere alla loro domanda; perciò propose le parabole dei due figlioli e dei cattivi vignaioli. Essi si mostravano così zelanti dell’osservanza della Legge, ma a parole soltanto; in pratica non ne facevano nulla, mentre i peccatori e le meretrici, trasgressori della Legge, ascoltavano la Parola di Dio, si pentivano, riparavano le loro pessime azioni, e praticamente operavano il bene più di quelli che se ne mostravano zelanti.

Giovanni venne da parte di Dio a richiamare i peccatori alla conversione, e ci riuscì, mentre essi, pur protestandosi fedeli, rifiutarono di credergli, rinnegando così le medesime Scritture che lo avevano annunciato. Si erano meravigliati che Egli insegnasse senza la loro autorità, ma avevano dimenticato che in ogni tempo Dio aveva mandato profeti straordinari, con autorità ricevute da Lui immediatamente?

Egli, allora, aveva inviato lo stesso suo Figlio e, invece di congiurare contro di Lui, avrebbero dovuto ascoltarlo e riverirlo più di qualunque profeta. In realtà, anch’essi seguivano l’esempio dei loro padri che avevano perseguitato i profeti, e già si accingevano a cacciare fuori di Gerusalemme Lui stesso e ad ucciderlo. Perciò sarebbero stati puniti come vignaioli infedeli, sarebbero stati privati dei benefici divini, mentre Egli, posto come pietra angolare del regno di Dio, sarebbe passato ai pagani, fondando la Chiesa sulla ferma roccia, incrollabile edificio della nuova alleanza.

Gesù Cristo parlò severamente ai suoi oppositori, perché essi non cercavano la verità, e difatti, a conclusione dei suoi discorsi, cercarono di mettergli le mani addosso. È vero che essi si trovavano di fronte a un fatto nuovo e singolare che in quel caso appariva loro come l’arbitrio di un uomo, ma si trovavano anche innanzi ad argomenti di verità luminosissimi che avrebbero potuto e dovuto approfondire. Noi, troppo abituati a vedere anime false o illuse, potremmo quasi trovare giustificata l’opposizione degli scribi, dei farisei e dei sacerdoti; se vedessimo oggi un profeta forse lo lapideremmo anche noi, e forse lo lapidiamo realmente; ma non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo era Dio, e che, conversando con Lui, avendo solo un po’ di rettitudine e d’umiltà, sarebbe stato impossibile non scorgere l’immensa luce che da Lui emanava, e non sentirsi conquisi dal suo ineffabile amore.

Don Dolindo Ruotolo, Mt 21,28-32

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