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Commento al Vangelo della XXIV Domenica del TO 2015

Gesù parla della sua Passione

Il cieco di Betsaida era un’immagine dei ciechi spirituali che circondavano Gesù; di essi alcuni, gli scribi e farisei, non vedevano addirittura, e altri, gli apostoli e i discepoli, vedevano confusamente.

Era necessario uscire da quell’incertezza, e perciò Gesù, camminando, domandò ai suoi apostoli che cosa dicessero di Lui gli uomini. Essi risposero che alcuni lo credevano Giovanni Battista risuscitato, altri Elia ricomparso sulla terra, e altri un profeta. Erano i ciechi che vedevano gli uomini come alberi, che confondevano il Verbo Incarnato con le creature. Subito dopo Gesù li interrogò, dicendo: E voi chi credete che io sia? Era necessaria una dichiarazione esplicita di fede che li distinguesse dai ciechi, poiché essi dovevano illuminare gli altri, e san Pietro, illuminato particolarmente da Dio, rispose a nome di tutti: Tu sei il Cristo.

San Marco non ci parla dell’elogio che Gesù fece all’apostolo; forse questi glielo proibì per umiltà, e volle piuttosto che avesse accennato alla necessità della Passione, contro la quale egli aveva inconsciamente alzato la voce.

La confessione aperta di san Pietro avrebbe dovuto essere promulgata dovunque; eppure Gesù proibì a tutti gli apostoli di parlarne, dicendo loro che era necessario che Egli soffrisse, morisse e risuscitasse dopo tre giorni. Si può domandare a questo proposito: perché il Redentore proibì che si annunciasse quello che Egli era?

Lo proibì per non suscitare prima del tempo da Lui voluto la persecuzione che doveva condurlo alla morte. Fu proprio la solenne confessione della sua divinità innanzi al sommo sacerdote che lo fece dichiarare colpevole di morte, ed Egli, che conosceva tutto, non voleva anticipare i tempi della divina volontà. Inoltre non voleva che un annuncio prematuro, fatto ad anime maldisposte, avesse provocato anche contro gli apostoli una persecuzione che li avrebbe trovati impreparati, tanto impreparati che san Pietro, alla sola idea della Passione, si fece ardito di trarre in disparte Gesù e di rimproverarlo, distogliendolo dal patire.

Fu un momento impressionante: san Pietro, per l’amore che portava al Maestro, non voleva neppure pensare che Egli dovesse patire; avrebbe voluto, anzi, che avesse trionfato clamorosamente, a confusione dei suoi nemici; Gesù, invece, come dice il Sacro Testo, voltatosi e visti i suoi discepoli visti cioè con infinito amore quelli per i quali voleva morire, quelli che, senza la sua morte, sarebbero tutti periti –, rimproverò Pietro, chiamandolo satana, tentatore, poiché, in quel momento, non aveva più la sapienza di Dio ma quella degli uomini. Fu incerto tra l’amore umano e quello divino, fra la natura che rifuggiva dal dolore, e l’Uomo-Dio che voleva abbracciarlo per redimere; san Pietro che aveva parlato soprannaturalmente nel confessare la divinità, parla ora naturalmente nel ripudiare il dolore come mezzo di redenzione, ed è ripreso severamente perché il dolore è via della gloria eterna. Perciò Gesù, chiamati a sé tutti quelli che lo circondavano, la folla e i discepoli, promulgò quella legge di ammirabile economia di grazia che è il fondamento della vita cristiana: Se qualcuno vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Pretendere di sfuggire al dolore salutare che ci fa veramente calcare le orme del Maestro divino, non significa salvare la vita ma perderla, non significa provvedere all’anima ma comprometterne la felicità eterna.

E che cosa gioverebbe guadagnare anche tutto il mondo se dovesse perdersi l’anima? Che cosa potrebbe dare l’uomo in cambio dell’anima, una volta che l’avesse perduta?

Don Dolindo Ruotolo; Mc 8,27-35
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