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Commento al Vangelo – Solennità Tutti i Santi 2014

La beatitudine vera di chi peregrina in terra

L’uomo tende alla beatitudine, alla piena felicità, alla gioia, perché fu creato da Dio per godere eternamente. L’essenza medesima del fine per cui viviamo è questa, poiché il Signore ci ha creati per la sua gloria; e per renderci sua voce di gloria ci riempie della sua grazia, nel compimento, poi, della sua volontà che è sommo bene, ci comunica la sua felicità. La beatitudine, quindi, sta tutta in Dio, ed è da Lui solo che la si può attingere: sta nella conoscenza delle sue perfezioni e nel compimento della sua volontà.

La beatitudine è un premio, e come tale suppone la prova; perciò, prima di raggiungerla eternamente in Cielo, noi subiamo la breve e passeggera angustia della vita presente. Quest’angustia tende ad addestrarci alla ricerca di Dio, alla sua conoscenza, al suo apprezzamento e al compimento della sua volontà.

La vita, quindi, è più gravosa quanto più è impigliata nell’ambito della terra, ed è più beata quanto più se ne distacca.

Tutte le raffinatezze della vita del tempo non sono che fili di una rete che tarpa ogni volo dell’anima, e che rende più ardua la conoscenza di Dio e il compimento della sua volontà; esse, perciò, hanno un segreto di somma infelicità.

È l’esperienza quotidiana che ce ne convince, e bisogna pur avere il coraggio di liberarsi da tutte le menzogne convenzionali, con le quali satana, il mondo e la carne ci trasportano sulle false altezze unicamente per farci precipitare o per farci adorare le brutture dello spirito maligno.

È per convenzionalismo – bisogna riconoscerlo –, che noi stimiamo grandi certe altezze della vita terrena, dicendo grande la filosofia, la scienza, la politica, le arti, la letteratura ma, in realtà, nessuno oserebbe dire che queste cose rendono beata la vita. Sono alture sulle quali si ascende a grande fatica e che, raggiunte, fanno scorgere solo i monti impervi che non si raggiungono, e gli abissi che ad ogni passo falso minacciano d’inghiottirci.

Se si vuol essere giusti, bisogna confessare che nel mondo il reparto più colmo d’infelicità è proprio questo che appare come una meta delle aspirazioni umane. Chi ha raggiunto una vetta scoscesa, strapiombante nell’abisso, sembra un dominatore a chi lo guarda da lontano, ma egli solo conosce le vertigini di quella posizione sulla quale non vorrebbe essere mai giunto. Da quelle altezze non si va oltre, si discende, e la discesa ha sempre le vertigini dell’abisso. Tutto è avvelenato d’assenzio e di amarezze indicibili in questa vita, anche le ricchezze che sembrano i beni più immateriali e più semplici, mezzi infallibili di nuovi beni; tutto come l’ortica, anche quando non appare, dà punture fastidiose. Noi, infatti, abbiamo, per così dire, due capacità nella vita: una materiale che è limitatissima e che, ricolma, preme sulle pareti e le strazia, ed una spirituale che esige un vuoto sempre maggiore per essere riempita di ciò che viene da Dio.

Tutto quello che è eccessivo nella materia dà la pena dell’indigestione, e tutto quello che pretende riempire la capacità dello spirito con la materia, dà lo spasimo dell’avvelenamento.

Sono verità che magari non si ha il coraggio di sperimentare, perché si ha l’orecchio assordato dagli inviti del mondo, del demonio e della carne, ma sono verità che si controllano, nostro malgrado, nella vita quotidiana.

Beati i poveri di spirito

Gesù si fermò e si pose a sedere, volse lo sguardo su quella moltitudine di anime semplici, la paragonò alle folle orgogliose del mondo; vide l’enorme differenza che v’era fra la vita semplice e quella complicata, vide la bellezza di una vita ancora più semplice, libera dagl’impacci superflui della vita presente e tutta tesa verso le grandezze della vita eterna, ed esclamò: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Egli voleva dire, prima di tutto, a quei poveri che l’avevano seguito, abbandonando ogni altra preoccupazione della vita materiale per ascoltare la parola del regno dei cieli che erano beati, e voleva promulgare solennemente la beatitudine che Egli era venuto a portare sulla terra come Redentore.

Il suo regno non doveva essere formato da grandezze politiche – come si aspettavano gli Ebrei, contorcendo il senso delle Scritture –; non si fondava sulle ricchezze o sulla gloria terrena, ma sulla rinuncia ai desideri fugaci della vita e sull’aspirazione ai beni eterni.

I desideri terreni, infatti, sono come bevande gassose, dilatano lo stomaco ma non lo saziano; i desideri celesti, invece, sono come linfa benefica che si diffonde in tutte le fibre della vita e la fa fiorire.

Povero di spirito è chi è distaccato da tutto, pur possedendo, o chi, non avendo nulla, non desidera altro, e si acquieta nella vita, confidando in Dio solo.

Povero di spirito è chi non ha l’anima infarcita di sapienza umana, ma si apre con semplicità alla luce di Dio.

Povero di spirito è chi volontariamente abbandona i suoi beni, per abbracciarsi senza ostacoli al sommo Bene;

chi sopporta con pazienza la perdita dei beni;

chi tollera in pace la sopraffazione ingiusta, e spregia i beni che gli vengono rapiti;

chi rinuncia alle sue agiatezze per consolare i poveri, e diventa come acquedotto della carità, sempre pieno e sempre vuoto di acque.

Povero di spirito è soprattutto chi confida in Dio solo, e riguarda come nullità le cose presenti, fissando sempre gli occhi sulla dolce paternità del Signore, chi si crede nullità e non confida nelle proprie forze, ma fa appello alla bontà e alla misericordia di Dio.

Beati sono ancora i poveri di beni materiali che mutano la loro povertà in ricchezza spirituale, uniformandosi alla divina volontà e confidando nel Signore.

Chi si distacca da tutto, e molto più chi abbraccia la povertà volontaria, entra nel vestibolo della vita eterna, poiché non tende che ai beni eterni, anticipa il distacco da tutto prima che la morte ve lo costringa, si trova libero e leggero nelle mani di Dio, per essere tutto ricolmato di grazie e di benedizioni.

Beati i mansueti, poiché essi possederanno la terra

L’uomo di mondo non aspira solo a dominare con la superiorità che gli viene dalle ricchezze, ma nel suo orgoglio pretende d’imporsi agli altri. Non tollera di essere contraddetto, e stima sua gloria il farsi temere. Eppure, proprio quando crede d’imporsi, perde prestigio e dominio, poiché si rende esoso, ripugnante, odioso, ed è fuggito da tutti.

Si crede che sia un segno di forza l’adirarsi, mentre è un segno di estrema debolezza. Si rifugge dalla stessa placida rassegnazione nei dolori della vita, quasi fosse segno di estrema inettitudine, mentre è segno di placido dominio sugli eventi umani.

È così che la vita è amareggiata, e diventa praticamente un inferno, sia nelle relazioni familiari, sia in quelle sociali. Forse è proprio una delle sofferenze maggiori stare a contatto con caratteri puntigliosi e impossibili, come non c’è gioia che più dilati il cuore quanto il poter trattare con una persona di dolci maniere.

Gesù Cristo addita ai suoi figli peregrinanti in terra un’altra via di tranquilla beatitudine temporale, e un altro sentiero per il possesso della vita eterna, esclamando: Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra; la possederanno dominando i cuori con la bontà; la possederanno rassegnandosi ai voleri di Dio con la pazienza; la possederanno perché ne sentiranno meno il disagio; e possederanno, al termine della vita, anche la vera terra promessa, cioè il Paradiso, frutto di pazienza, di perdono e di carità.

Il dominio della bontà

Non c’è forza più dominatrice quanto quella della mansuetudine, perché conquide l’anima e soggioga la volontà; risulta vantaggioso, dunque, usare mansuetudine e carità con tutti, e pensare che è meglio subire in pace e per amore che subire per forza e per sopraffazione.

Bisogna essere mansueti di cuore e di parole con tutti; vincere l’ira altrui con risposte placide e serene, sopportare le ingiurie che ci vengono fatte, anzi esultare in esse per la somiglianza che ci danno col Redentore, e vincere il male col perdono e col bene.

Il mansueto ha la possibilità di penetrare i cuori e persuaderli; l’irruente suscita le reazioni e non vince mai in profondità.

Il mansueto è come un raggio di sole che penetra placidamente ed è accolto con gioia; l’irruente è un lampo di tempesta che spaventa.

Il mansueto è come aura refrigerante o pioggia placida che penetra fino alle radici; l’irruente è come uragano che schianta a travolge tutto.

La terra non germina tra le tempeste,

il mare non si attraversa tra i marosi,

il cielo non si percorre tra i cicloni…

Tutto quello che si fa di bene, in qualunque campo, è condito dalla mansuetudine.

Anche l’artista possiede la materia che lavora con la pazienza e la calma, ed ha bisogno di mansuetudine serena contro le difficoltà che incontra e le resistenze che trova; se irrompe, rovina tutto, e un atto d’irruenza può distruggere il paziente lavoro di anni.

Anche quando è necessaria la forza, bisogna temperarla con la mansuetudine, non facendosi mai guidare dall’ira ma solo dalla giustizia e dall’equità. L’ira non dà il possesso di nulla: è un esplosivo che sconquassa e divelle, lasciando solo frantumi. La forza equilibrata della giustizia, invece, è come scalpello che incide e lavora.

Sii mansueto anche con te stesso e… con Dio

Sii mansueto con te stesso, quando sei afflitto o tormentato dai malanni e dalle tribolazioni; non ti lamentare col Signore, abbandonati sul suo Cuore, riposa in Lui e nella sua volontà. Quando ti lamenti di Dio, agiti in te la tua ragione; ti fai subito annebbiare da satana, perdi la fiducia nel tuo dolce Signore, e ti smarrisci nelle tue tenebre. Sembrerebbe strano dover pensare alla mansuetudine col Signore, con l’infinito Amore, eppure la nostra debolezza può farci credere di avere da Lui dei torti. Rassegnati alla sua volontà e bacia la sua mano, unisciti al Redentore crocifisso, ringrazialo di quanto dispone, fa’ rifulgere la tua fede in Lui, somma Carità e sommo Bene, confida, ama e, percuotendoti il petto nei penosi ricordi del passato, di’ con amore: “È tutto poco per i miei peccati”. Rassegnandoti, ti assesterai nelle tue afflizioni, e meriterai dallo Spirito Santo quella dolcissima unzione interiore che muterà la tua pena in beatitudine.

Beati quelli che piangono, poiché essi saranno consolati

È questa, forse, la verità che al mondo appare più paradossale, perché il mondo apparentemente ride sempre, ed è il perenne gaudente. Il suo volto è orribile: tutto rughe, tutto ulcere e tutto infossato, eppure è sovraccarico di belletti che lo fanno apparire l’emblema del riso e della felicità. È scontento, ma vuol apparire soddisfatto; è miserabile, ma vuol apparire ricco; è impuro nel midollo delle ossa, ma vuol apparire pieno di decoro; è scostumato e vuol apparire ordinato; è un inferno e vuol apparire un paradiso; è stoltissimo e vuole figurare sapiente; è crudele e vuol sembrare benefico; è egoista e vuol passare per filantropo… Insomma è una maschera, e non rivela le sue brutture che a quelli che ne vivono e ne sono schiavi.

Il pianto del mondo

Questo mondo non può intendere la forza sublime di questa parola di Gesù Cristo: Beati quelli che piangono.

Eppure esso piange. E tutto il suo riso apparente è pianto disperatamente convulso; piange nel fondo del cuore ulcerato dal peccato; piange nel profondo dell’anima inaridita e senza grazia; piange per i suoi sensi insoddisfatti nell’orgia che dovrebbe saziarli; piange per le schiavitù orribili che si crea e per le necessità che gl’impongono, piange nella vita insulsa e senza scopo che fluisce nella morte come rigagnolo putrescente nell’abisso; piange innanzi all’orrore del sepolcro e alle tenebre eterne, dove precipita per piangere eternamente la propria stoltezza e i beni perduti!

Il mondo ama, ma l’amor suo sta tutto nei sensi e distilla pianto amarissimo. Il suo cuore non può compenetrarsi con un altro ma, al contatto, lo brucia e ne è bruciato, fluendo nei sensi come tabe cadaverica.

Oh, se si potessero raccogliere tutte le lacrime dell’amore umano! Se ne formerebbe un pelago di amarezze! Il mondo gode nei piaceri della gola, ma è soffocato subito dall’orgia, e anche il suo piacere stilla lacrime. Corre dietro agli spettacoli per aumentare la sua brama e per accrescere la sua fame; piange, piange in ogni sua manifestazione di attività che è fermento di putrefazione. Non sono queste le lacrime che Gesù Cristo chiama beate, come non è il mondo che, piangendo disperatamente, può intendere la felicità del pianto del pellegrino che va verso il Cielo!

Il pianto delle anime immolate nel dolore

Beati quelli che piangono perché eletti come vittime d’amore e come cooperatori delle grandi opere di Dio. Le loro immolazioni sono penosissime e dolcissime ad un tempo, quasi tonico che nella sua amarezza diletta ed apre lo stomaco alla vita. Il segreto di queste amare dolcezze non può conoscerlo che chi soffre, poiché il Signore è immensamente generoso con i suoi servi. C’è un gusto nelle immolazioni del corpo, si sente il soave profumo dell’olocausto che arde, si gode immensamente nell’amore del quale accende il cuore.

È un dato di fatto che le anime immolate dall’amore di Dio non vorrebbero mai uscire dal loro stato di angustia e, quando spuntano per esse giorni più sereni e si sentono libere dal peso della loro croce, la vanno ricercando ansiosamente. Sono belle anche le immagini che riproducono le immolazioni delle vittime d’amore: un giglio tra le spine, una colomba ferita che vola al tabernacolo, una strada deserta fiancheggiata da roveti, una verginella carica di pesante croce, un’altra con le braccia aperte nell’offerta generosa, un orto devastato dalla tempesta… Tutto questo è bello perché è la poesia dell’amore immolato. Quale gioia più grande quanto quella di rassomigliare a Gesù e di seguire la Mamma Addolorata? Quale soddisfazione più profonda che essere l’oggetto della compiacenza di Dio? Il manometro della vita interiore, tesa verso gli eterni ideali, è il dolore; se la lancetta sale, è segno che la vita sale, e la pressione dell’Amore divino è altissima.

Beati quelli che piangono, perché saranno consolati

Beati quelli che piangono, perché saranno consolati soprattutto nella vita eterna, premio del brevissimo cammino del tempo. Anche sulla terra non si chiamano beati quelli che soffrono lavorando, che stentano per il raggiungimento di una meta, che sudano per accrescere la loro ricchezza? Neppure il mondo osa contrastare questa verità, e sa riconoscere che per il guadagno la pena del lavoro è una beatitudine invidiabile. Ora, pensiamo alla ricompensa eterna, al tesoro di felicità che produce il più piccolo dolore, e riconosciamo che veramente è beato chi soffre.

Le pene sono passeggere e sono il segreto della gioia, anche nelle cose più umili: la sete ti dà il sollievo nel bere, la fame nel mangiare, la stanchezza nel riposare, il freddo nel riscaldarti, il caldo nel refrigerarti; ora, il Signore ci fa sentire, per un po’, il dolore, per rendere più soave la pace eterna e l’incommensurabile ricchezza di beni che raccoglie.

Il dolore ha poi un’aureola di nobiltà che non ci è data da nessuna grandezza umana; è un diadema insostituibile, com’è insostituibile la corona di spine del Re d’Amore. La corona d’oro non gli sta: sembra un ornamento inutile; mentre la corona di spine lo aureola di sofferenza e d’amore, e lo rende veramente Re, Re di tutti i cuori.

La grandezza umana suscita l’invidia e l’emulazione; il dolore, invece, ispira rispetto, simpatia e compassione.

L’invidia è un’ombra livida che ci perseguita; la compassione è un’aura di carità che ci avvolge; dalla grandezza spuntano le spine pungenti, dal dolore spuntano i fiori olezzanti della Passione.

Se dunque il dolore ci tocca, prostriamoci in adorazione di ringraziamento innanzi al Signore, e non ci facciamo sfuggire uno solo di questi gioielli preziosissimi che sono stipendi di felicità eterna.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia…

Beati i misericordiosi…

Si può dire, con ragione, che quello che rode il cuore e la vita in questo mondo è l’ingiustizia.

Tutti amano la giustizia, persino quelli dati alla delinquenza. Due ladri, per esempio che si dividono la refurtiva, e che hanno consumato una grande ingiustizia, rubando, vengono alle mani con impeto malvagio quando uno dei due si crede defraudato dall’altro, in quello che sembra suo diritto.

Quello che più cimenta la mansuetudine è l’ingiustizia; il sistema nervoso è scosso come da una violenta corrente di fronte alla menzogna, alla sopraffazione, alla prepotenza. Persino i santi non resistono all’ingiustizia, e diventano estremamente severi nel riprovarla; la loro mansuetudine sembra scuotersi, il loro carattere sembra infiammarsi, e resistono alla malvagità con forza. Logicamente, perciò, Gesù Cristo, avendo parlato della beatitudine dei mansueti, dominatori della terra nella dolcezza, parla della beatitudine di chi ha fame e sete della giustizia, promettendo il pieno appagamento di questo impellente desiderio.

La vita è un combattimento continuo, e noi ci troviamo sempre in contrasto con i pensieri, con i desideri, con gli apprezzamenti e con la volontà altrui. Siamo tenacissimi nei nostri pensieri, e ci troviamo di fronte ad una tenacia invincibile; crediamo giuste le nostre vedute e ci troviamo di fronte a quelli che credono giuste le loro. La reazione la troviamo persino nei piccoli, e a volte più tenace e invincibile la troviamo nelle persone più care che sembrano dimenticare i vincoli del sangue, la possiamo trovare nelle stesse anime buone e sante, e tanto più grande quanto più credono di schierarsi dalla parte della verità e della giustizia.

Di fronte a questa resistenza e alla lotta che ne segue, chi potrebbe ricondurre gli animi nella pace, se ognuno crede di difendere i diritti della giustizia e della verità? Gesù Cristo, con ammirabile e divina sapienza, redime la questione nelle fondamenta, salva i diritti dell’amore della giustizia, conciliandoli con quelli della mansuetudine e della carità ed esclama: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché essi saranno saziati; beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Il carattere della Chiesa cattolica sta in queste due virtù altissime: essa ama la giustizia e la verità, ed è sempre incline verso la misericordia; la sua santità la rende intransigente col male e con l’ingiustizia, ma la missione che ha di salvare le anime la rende piena di misericordia verso i poveri peccatori. Essa, la perenne perseguitata dal mondo, cammina peregrinando fra continue sopraffazioni, ma non si turba, e attende serena il giorno di Dio, nel quale sarà saziata di giustizia, vedendosi eternamente glorificata, e vedendo soprattutto ristabiliti i diritti di Dio e la gloria del suo Redentore innanzi a tutte le nazioni raccolte nel Giudizio universale.

Non crediamo, dunque, che sia impossibile conservarsi mansueti nelle lotte della vita.

Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio

La vera felicità temporale ed eterna consiste nel possesso di Dio. Nel tempo, questo possesso consiste nell’amicizia con Lui, frutto della sua grazia; nell’eternità consiste nella visione beatifica che ce lo fa godere per sempre, svelatamente. L’amicizia di Dio è l’amore che Egli ci porta e che noi gli ricambiamo, è l’apprezzamento di Lui sommo Bene sopra tutte le cose; è vedere Lui solo come Meta delle nostre aspirazioni; è sentirlo come Padre amorosissimo nel fondo dell’anima; non ammette, perciò, un qualunque altro ideale di felicità, e non può tollerare un concentramento nell’amore sensuale che affoga l’anima nei putrescenti abissi della carne.

L’impurità è il peccato che rende l’uomo più infelice, perché lo concentra su di un oggetto di basso amore che gli inaridisce il cuore, e lo strazia in mezzo a tempeste di brame insaziate. L’impuro è in continua agitazione, si degrada, si rende schiavo, desidera liberarsi dalle sue schiavitù e, quasi sommerso dalle sabbie mobili o dal greto di un fiume, più si agita e più vi si sprofonda. Sente tutta la debolezza della propria volontà, ed è indispettito perché non è capace di mantenere i suoi propositi; sente tutto il peso della carne, e ci si sente sempre più invischiato, vorrebbe pregare, e la sua preghiera è inerte, perché non riesce ad isolarsi dalle sue miserie; invidia la pace dei puri, ma non sa rompere le catene che insidiano la sua pace, sembra un gaudente ed è un grande infelice!

Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio; l’impurità è, dunque, una grande infelicità; è una febbre delirante che rende l’anima infelice nella brama e la ottenebra tutta nel conseguimento del tormentante piacere; è un’infelicità che le esaurisce immediatamente il supposto piacere, e lo sostituisce con la vergogna dell’abbrutimento e con la puntura del rimorso; nel soddisfarsi, muore e, nel morire, rinasce come delirio che cerca nuovi abissi, nei quali trova nuovi vuoti. Cerca la pace dei sensi e trova la tempesta; cerca la luce dell’ideale e trova il disinganno; cerca l’amore e trova l’egoismo; cerca la bellezza e trova le brutture; va come folle alla ricerca di un’emozione sempre nuova e si stufa delle sue insoddisfatte brame, s’idolatra e si avversa; idolatra le creature e le avversa; è senza luce interiore perché non vede più Dio, e con Dio non vede più le vere elevazioni dell’anima e non gode pace.

Beati i pacifici… Beati i perseguitati…

La pace è uno dei beni più grandi della vita, ed è come l’anticipazione della felicità eterna che è somma pace e sommo riposo in Dio, unico Bene. È pacifico chi ama la pace del cuore, chi si adopera a mantenere la pace tra gli uomini, e soprattutto chi ridona la pace perduta ai poveri peccatori, comunicando loro la remissione delle colpe. Il Figlio di Dio venne in terra a portarvi la pace, e ne innalzò il vessillo sulla grotta di Betlemme; tutti quelli che amano la pace, perciò, gli rassomigliano, e sono chiamati figli di Dio perché ne raccolgono le compiacenze.

La pace, però, in questo esilio terreno non può trovarsi nel mondo ma nel cuore, perché il mondo è un campo di continue lotte, e queste si accaniscono maggiormente contro i buoni; bisogna essere superiori alle lotte e alle sopraffazioni del male contro il bene, riguardandole come occasioni per poter attestare a Dio la propria fedeltà, e mezzi di merito per la vita eterna. Le persecuzioni, sofferte per amore di Dio, purificano il cuore, lo distaccano dalla terra, lo spingono ai desideri celesti, lo aprono alla grazia e all’unzione dello Spirito Santo, e lo rendono beato nell’intima amicizia con Dio. Gesù Cristo, perciò, unisce l’amore della pace alla beatitudine di chi soffre persecuzioni per la giustizia, perché, anche in mezzo alle più aspre lotte subite per amore di Dio, si può conservare la pace, rassegnandosi, e godendo nel dare al Signore una testimonianza di vero ed eroico amore.

C’è una grande felicità nel dare, col sacrificio di se stessi, una testimonianza di fedeltà a Dio; c’è il segreto di una profonda pace nel guardare a Dio solo e appellarsi a Lui, quando gli uomini dicono ogni male contro di noi, mentendo; c’è il segreto di una grande unzione di grazia nelle irrisioni che ci fa il mondo, e un’immensa soddisfazione nel vedersi sulla medesima via che percorsero Gesù Cristo, la Vergine Santissima Addolorata e i santi. Le parole del Redentore sono incomprensibili a chi non ha provato la profonda pace che Dio diffonde nel cuore di quelli che soffrono veramente per suo amore. Sono gioie che trovano una pallida immagine nella soddisfazione dell’eroismo, e diciamo pallida, perché non c’è eroismo più grande di quello che rinuncia ad ogni bene esterno della vita per amore di Dio. La persecuzione è come una forza che costringe l’anima a volare, librandola in un orizzonte nuovo, dal quale scorge nuove ascensioni; è un colpo di maglio su tutte le catene che ancora l’avvincevano al rispetto umano e alla schiavitù della terra; è la conquista della più alta libertà, quella dello spirito, contro la quale nulla possono neppure i cannoni; è soprattutto il sentire la paternità di Dio, e il correre a Lui come unico rifugio, unica difesa, unico testimone infallibile delle proprie azioni.

Padre Dolindo Ruotolo, Mt 5,1-12

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