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Genitori buoni e… non buoni

«Quando Peppino Sarto, a undici anni, il giorno della Prima Comunione, confidò ai genitori: – Voglio farmi prete! – la mamma sorrise di gioia; ma il padre, Giovan Battista Sarto che guadagnava trenta lire al mese e doveva mantenere otto figli, pensando di non poter pagare per mantenere il figlio in Seminario, re­stò turbato e trepidante.

Rincorato dal Parroco che gli faceva notare le di­sposizioni straordinarie del ragazzo per il Sacerdozio, chinò il capo e, da cristiano dello stampo antico, ri­spose tra il rassegnato e il contento: – Se Dio lo vuole, se lo prenda! E suo… -. (FR. REMO DI GESÙ, Virtù in esempi, 1, p. 843).

Ecco un esempio bellissimo di genitori santi che hanno avuto un figlio santo.

E insieme ai genitori di S. Pio X, dobbiamo ricor­dare i genitori di S. Giovanni Bosco, di S. Teresina, di S. Gemma, di S. Massimiliano, del B. Luigi Orione, di Santina Campana, di P. Pio da Pietrelcina. Figure di cristiani robusti, adamantini nella fede, esemplari nella vita.

Più indietro nel tempo, ricordiamo soprattutto le sante mamme come S. Monica, mamma di S. Agosti­no; S. Silvia, mamma di S. Gregorio Magno; Macrina, mamma di S. Basilio; Antera, mamma di S. Giovanni Crisostomo.

Nella vita di S. Giovanni Bosco leggiamo questo esempio di una mamma cristiana meravigliosa: «La se­ra di Ognissanti 1851, Don Bosco tenne la predica nel­la Parrocchia di Castelnuovo d’Asti, suo paese nativo. Lo guidò al pulpito un chierichetto che attirò la sua attenzione.

Ritornato in sagrestia, lo interrogò su che cosa pensava di fare nella vita.

– Vorrei venire a Torino con lei per farmi prete! – Bene! Sentiamo tua madre –

La madre venne: – È vero, Teresa, che voi con­sentireste a vendermi vostro figlio?

– A vendervelo? Oh, no! Da noi i ragazzi si danno in regalo; ma non si vendono…

Don Bosco guardò quell’umile contadina, che de­notava una grandezza d’animo non comune; poi disse risoluto: – Accetto il regalo! -.

Le vere mamme cristiane non solo donano volen­tieri i figli al Signore, ma trepidano e pregano perché i figli siano fedeli alla chiamata di Dio. E quante volte proprio le mamme hanno salvato la vocazione dei figli in momenti cruciali? Così capitò a S. Massimiliano Maria Kolbe. Alla vigilia della vestizione religiosa, una brutta suggestione del demonio l’aveva convinto ad andare dal Superiore, per rifiutare la vestizione dell’abito di S. Francesco. Proprio mentre stava an­dando, però, arrivò la mamma per una visita: subito la mamma si rese conto dello stato d’animo del figlio, e bastarono poche parole per fugare quella brutta suggestione, ridonando la serenità al giovane.

Che cosa dire della mamma di S. Giovanni Bosco? Per far studiare il figlio come seminarista, ella si to­glieva letteralmente il pane di bocca; ma era contenta della povertà e non esitava ad ammonire il figlio: «Quando sarai prete, se per tua disgrazia diventassi ricco, io non verrei a farti nemmeno una visita! ».

Gli esempi dei genitori che hanno saputo donare con gioia i loro figli a Dio, premurosi della loro voca­zione, sono davvero commoventi. Soprattutto perché è garanzia, questa, che essi non hanno generato e al­levato i loro figli solo fisicamente, ma anche spiritual­mente, formandoli alla pietà, alla visione cristiana della vita. Talvolta hanno saputo creare, in seno alla famiglia, un’atmosfera impregnata molto più di cielo che di terra.

Sentiamo, ad esempio, che cosa dice S. Teresina della sua famiglia che ogni sera recitava il S. Rosario e ascoltava le parole del papà e della mamma: «Uden­do i nostri genitori parlare di eternità e di cose sante, ci sentivamo disposte a considerare le cose del mondo come tante vanità, quantunque avessimo ben pochi anni di età…».

La vocazione è un seme d’oro. Forse il Signore getta qualche seme in ogni famiglia cristiana. Ma che terreno è la famiglia?… È terreno simile alla strada? E’ terreno pietroso? E’ terreno spinoso? O è terreno fertile e fecondo? (Lc 8,4-15). Quale responsabilità per ogni famiglia cristiana, e in primo luogo per i ge­nitori.

Ma il primo grande bene, per i genitori veramente cristiani, è quello di avere una bella famiglia numero­sa. I genitori veramente cristiani sanno accettare co­me doni di Dio tutti i figli che Dio manda loro, abor­rendo giustamente ogni mezzo che possa soffocare il cammino della vita di una creatura, sia prima che do­po il concepimento. Ed è proprio alle famiglie nume­rose che si deve, in primo luogo, la fioritura delle vo­cazioni nei tempi passati. Non solo, ma quanti Santi e Sante (oltre che tanti geni dell’arte e della scienza) noi non avremmo mai avuto senza le famiglie numerose? Da una statistica, sia pure molto limitata, abbiamo questo elenco di Santi e Sante appartenenti a famiglie numerose:

5 figli: S. Giovanna d’Arco, S. Vincenzo de’ Paoli, S. Margherita M. Alacoque.

6 figli: S. Carlo Borromeo, S. Tommaso d’Aquino, S. Curato d’Ars.

7 figli: S. Bernardo, S. Alfonso de’ Liguori.

8 figli: S. Vincenzo Ferreri, S. Luigi Gonzaga, S. Roberto Bellarmino, S. Luigi Grignion, S. Bernardetta, S. Pio X, il Ven.le P. Pio

9 figli: S. Teresa di Gesù Bambino, S. Raffaella del S. Cuore, Santina Campana.

10 figli: S. Giovan Battista De La Salle.

11 figli: S. Luigi Re, S. Teresa d’Avila, S. Caterina Labourè.

13 figli: S. Ignazio di Loyola.

15 figli: S. Giuseppe Benedetto Labre. 16 figli: S. Paolo della Croce.

17 figli: S. Francesco Borgia.

22 figli: S. Caterina da Siena.

Le famiglie numerose sono normali vivai di sante vocazioni. Come non capiscono ciò i genitori di oggi? Bisogna constatare, purtroppo, che molti genitori, ri­tenuti cristiani seri all’esterno, sono capaci solo di gridare che la società va male e che il mondo è corrot­to, mentre anche essi profanano il matrimonio perché non vogliono più di due (o tre) figli, e sono pronti a qualsiasi vergognosa degradazione dei rapporti co­niugali, per anni e anni, pur di impedire l’arrivo del­la vita, del dono di Dio. Quanto a dare, poi, uno dei due figli a Dio… mai sia!… I due figli devono servire solo all’egoismo dei genitori.

Diceva giustamente il papa Pio XII: «Noi credia­mo di non andare errati, se consideriamo il disordine che sconvolge largamente a fondo il matrimonio e l’i­stituto della famiglia, come il cancro della società mo­derna e la rovina per la salvezza delle anime».

Ma che cosa direbbe lo stesso papa Pio XII oggi che la famiglia ha ogni libertà legalizzata di usare la contraccezione, di ricorrere all’aborto, di frantumar­si con il divorzio?… In ogni famiglia, oggi, sono facil­mente operanti la bestialità (con la contraccezione), l’assassinio (con l’aborto), l’autodistruzione (con il divorzio): tutto con l’aiuto e con la protezione dello Stato!

Che realtà desolante!

E non è finita. Bisogna anche parlare di tutti quei genitori che, anziché accettare la vocazione di un fi­glio – una volta accertata tale vocazione -, la ostacola­no e la combattono in tutti i modi.

A questo riguardo, diciamo anzitutto, con i gran­di maestri di spirito, fra i quali primeggiano S. Tom­maso d’Aquino e S. Alfonso de’ Liguori, che i propri parenti, se non siano persone di fede a tutta prova (come quelli di S. Teresina o di S. Pio X, ad esempio), non sono mai i migliori consiglieri riguardo alla voca­zione e anzi, quasi sempre, sono i primi nemici (anche nel senso – rarissimo – che vogliano per forza un figlio prete o una figlia suora).

La carne e il sangue accecano facilmente e irra­gionevolmente le menti e i cuori dei parenti, pronti anche a giurare e a spergiurare che non si tratta per nulla di vocazione, ma che il loro figlio (o figlia) è sta­to influenzato, è stato plagiato, è stato soggiogato da questo o quel sacerdote (o suora). Farneticano anzi­ché ragionare. Parlano solo secondo la carne e il san­gue, anziché parlare secondo la fede, da veri cristia­ni.

Si arriva talvolta al punto che, dopo aver fatto ogni sforzo possibile per ottenere il consenso dei geni­tori prima di abbandonare la famiglia, quando questi si mostrassero ingiustamente ostinati e inflessibili, il figlio o la figlia non possono più obbedire a loro su questo punto e sarà lecito, anzi doveroso, abbando­narli anche con la fuga dalla casa paterna, come fece­ro, ad esempio, S. Francesco e S. Chiara, S. Teresa d’Avila e S. Gerardo Maiella.

«Bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini» (At 5,29). È ovvio. E se lo strazio dell’abbandono del­la famiglia sarà ancora più violento per la lotta e per la fuga, Gesù ha previsto anche questo con le sue fiammeggianti parole: «Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre…» (Mt 10,34).

Come non ricordare qui la vicenda terribile e le sofferenze laceranti di S. Francesco d’Assisi e del suo papà? Infelice padre,! Deluso nei suoi sogni terreni sul figlio, si scatena contro di lui con furore misconoscen­dolo come figlio, diseredandolo come erede, facendolo cacciare dalla sua terra. E Francesco, povero e nudo, può ripetere col cuore in alto in alto: «Padre nostro che sei nei cieli …. ».

S. Alfonso de’ Liguori confidò che la prova più dolorosa da lui sostenuta in vita, fu quella che patì quando comunicò al padre la decisione di lasciare il mondo, per consacrarsi a Dio. Appena il papà conob­be la decisione del figlio, se lo strinse fra le braccia e piangendo lo tenne così per tre ore, ripetendogli di continuo:«Figlio mio, non mi abbandonare! O figlio, figlio mio, io non merito questo trattamento!».

Ma S. Alfonso, con il cuore non meno straziato, si tenne forte fino all’ultimo, pensando alle divine paro­le di Gesù: «Chi ama il padre o la madre più di Me, non è degno di Me» (Mt 10,37).

Anche S. Teresa d’Avila, ragazza meravigliosa per bontà e per doti, mise tutta la sua volontà a con­vincere il buon papà perché la lasciasse entrare in Monastero. Ma il papà rimandava e rimandava, inca­pace di privarsi di quel fiore di figlia primogenita, conforto e sostegno della numerosa famiglia. Alla fine Teresa dovette scappare di casa, con una sofferenza tale, che, sulla porta del Monastero, si sentiva slogare tutte le ossa! Il papà, dapprima amareggiatissimo, fu poi sempre più felice.

Stiano attenti i genitori che ostacolano la vocazio­ne dei loro figli! Ripetiamo qui la frase di S. Gregorio Nazianzeno: «Sbagliata la vocazione, tutto è sbagliato nella vita, tutto va male». Quando si ostacola la voca­zione a un figlio o figlia, lo si costringe a sbagliare strada, a essere un infelice, a diventare uno spostato. Non si scherza con la volontà di Dio. E ogni castigo è possibile, prima o poi, sui genitori e su chi non corri­sponde.

Valga per tutti i genitori questo episodio impres­sionante, tratto dalla vita di S. Giovanni Bosco.

«Un giorno si recò a visitare Don Bosco la contes­sa D… L…, accompagnata dai suoi quattro figliuoli e lo pregò di volerli benedire. Poi chiese:

– Mi dica, Don Bosco, che cosa sarà dei miei figli?

– L’avvenire lo sa solo Iddio!

– Capisco, – replicò la nobil donna-, ma mi dica qualche cosa, almeno come augurio…

Allora il Santo, scherzando, passò in rassegna i quattro ragazzi dicendo:

– Questi diverrà un generale; di quest’altro faremo un grande uomo di stato; Enrico sarà dottore di grido.. La donna gongolava per sì felici pronostici.

Ora veniva il turno del quarto figlio.

– Di questo faremo un ottimo sacerdote – disse S. Giovanni Bosco.

A queste parole, la madre si esasperò di colpo, perché piena di pregiudizi sulla vocazione sacerdotale ed esclamò:

– Giammai! Prete?… Lo vorrei piuttosto veder morto!

Don Bosco si ritirò freddo, freddo.

Alcuni mesi dopo, Don Bosco fu chiamato d’ur­genza nella casa della signora, perché il figlioletto era gravemente ammalato. Vi andò molto a malincuore, giusto per le reiterate istanze.

Il piccolo, ormai spacciato dai medici, ricordò al­la mamma le parole dette quel giorno a Don Bosco, il quale confermò:

– La sua parola, signora, è stata da Dio fissata, quando fu pronunciata!

Il decreto divino fu irrevocabile.

Giovane che leggi, rifletti e renditi conto delle tue responsabilità. Ascolta il Signore nel tuo cuore, e se. ti fà sentire, la sua chiamata alla consacrazione, non farti prendere dalla paura né temere gli ostacoli che potrebbero venirti dai genitori contrari alla tua vo­cazione. Ricorda S. Francesco e S. Chiara d’Assisi nella loro eroica e vittoriosa fuga, per andare incon­tro al Signore. Abbi coraggio, e non indugiare a imi­tarli, se necessario. Quando il Signore chiama sa rendere le anime aquile che svettano nei cieli.

Fonte: VIENI E SEGUIMI, Padre Stefano M. Manelli

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